venerdì 7 febbraio 2014

ROBOCOP di Paul Verhoeven (1987) [VS] ROBOCOP di José Padilha (2014)

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Altra puntata della rubrica Versus, l’occasione è l’uscita di Robocop, ieri nelle sale italiane con un giorno di anticipo sulla data programmata nel paese d’origine (USA). Remake (reboot) di un cult del 1987 (2 nominations all’oscar).
A cura di Napoleone Wilson
a cura di Snake Plissken
Murphy sei tu?
Gli anni 80' sono stati sicuramente l'apice del cyberpunk cinematografico: se negli anni 60' e 70' abbiamo l'embrione di certo cinema di fantascienza, e' col decennio successivo che questo sottogenere di sci-fi esplode del tutto. Anche grazie agli effetti speciali e ad una voglia di stupire soprattutto grazie all'aspetto visivo nascono film destinati a fare la storia del genere e del cinema tutto. E' l'epoca di Blade Runner con la sua babele di culture e la sua estetica retro', del visionario Terminator, delle ardite contaminazioni di Cronenberg (La mosca, Videodrome), del premonitore Wargames...
In un decennio cosi' zeppo di genialita' un film come Robocop arrivo' quasi in ritardo, con ambizioni decisamente inferiori, accolto inizialmente come l'ennesimo action senza fronzoli. Invece il film di Verhoeven, per quanto molto piu' grezzo e "tamarro" rispetto ai sopracitati esprimeva perfettamente quello che doveva essere il cinema di fantascienza di quegli anni: azione, violenza e soprattutto voglia di osare. Un film libero, anticonformista, dalla morale molto particolare, con una sua identita' ben precisa.
-"Spari bene bel figliuolo, come ti chiami?".
-"Murphy".
La figura del poliziotto giustiziere che sconfigge i cattivi è un automa che lotta per riscoprire la sua umanità, è un robot che scopre di essere stato un uomo, un essere con dei sentimenti, un Pinocchio al contrario. Robocop è Murphy ma allo stesso tempo non è più lui, è un ibrido, non è catalogabile ed è per questo che non può far parte del sistema. Non è un burattino obbediente ed efficiente ma nemmeno realmente un uomo. Robocop è un antieroe, un anarchico, un escluso.
Il futuro sarà dominato dalle macchine e dalle multinazionali eppure la legge e la giustizia non possono prescindere dall'elemento umano, il protagonista è il pilastro sul quale ruota tutto attorno il messaggio.
"Vivo o morto tu verrai con me"
Un film insomma che dice anche cose importanti ma lo fa prediligendo maggiormente l'effettaccio, il mostrare scene crude e realistiche, il sangue.
Per questo tutto rischia di restare sullo sfondo, affogato nel turbinio dell'azione, ma c'è, nascosto da ettolitri di sangue e frattaglie ma è lì.
Anche a distanza di anni Robocop resta un film genuino, particolare, che mostra le sue falle e i suoi difetti con orgoglio, che così come il suo protagonista cerca la sua vera identità, perennemente rinchiuso in una corazza da action tamarro mentre all'interno batte un cuore da cult imprescindibile.
Il regista olandese riuscirà a replicare forse soltanto con Atto di Forza, prima che (così come Peter Weller e buona parte del cast) il successo del poliziotto robot non lo imprigioni negandogli altri exploit.
 
Voto 8,5












Girare il remake di un cult non è mai semplice. Di Robocop a maggior ragione. Un film entrato nel linguaggio e nell’immaginario collettivo che ha però prodotto anche seguiti non del tutto riusciti.
Bene ha fatto Padilha ha resettare tutto e presentarsi con questo reboot, che del film originale mantiene soltanto la filosofia di fondo e qualche citazione.
Il Nuovo Robocop è volutamente più dark, anche se prettamente nel personaggio più che nello sviluppo della storia. Ha un nuovo costume più alla moda (odierna), nero e attillato che ricorda un po’ Batman. Non pare quindi una coincidenza l’impiego di Gary Oldman.
L’innesco invece è quasi lo stesso, solo che stavolta i robot non sono stati creati per uno stato di robopolizia ma per le missioni all’estero e sono addirittura vietati in patria (USA) per questioni morali. Ecco che l’attentato all’agente infiltrato Alex Murphy offre un’escamotage per aggirare la legge.
Il Robocop di Padilha è più umano di quello originale. Qui il protagonista conserva i rapporti con la propria famiglia e la stessa gioca un ruolo fondamentale nella storia a differenza dal vecchio Murphy. Ci si affeziona subito a questo nuovo Murphy, interpretato da Joel Kinnaman (protagonista della serie tv The Killing e grande fan dell’originale) che va in giro con la visiera alzata ed è riconoscibile come Iron Man.
Un film che se ha un difetto principale è quello di risultare un po’ troppo stretto nelle sue due ore, tanto da accennare appena alle due tematiche di base. Allungarlo un po’ non sarebbe guastato, lasciando magari un po’ di più spazio all’azione, che ci si aspetta di cadenza da un film del genere.
La problematica dell’uomo privato del suo corpo ma che conserva ancora la sua mente (tematica della disabilità) è soltanto accennata. Solo mezza volta si fa un riferimento all’eutanasia.
Anche quella legata alla criminalità dilagante e alle problematiche morali dell’impiego dei robot (o dei cyborg) non decolla. Non riesce a trasmettere adeguatamente, ad esempio, cosa sia diventato il mondo sotto la pressione delle nuove criminalità e perché dovrebbe servire un super poliziotto per debellarle.
Non c'è lo fa “assaggiare” totalmente. Rimane recitato principalmente dagli attori e pochissimo dalle comparse, che restano li sullo sfondo come sagome in movimento, quasi per tutto il film.
Ad ogni modo però il film non è affatto male, diversamente da quello che ci si sarebbe potuto aspettare. Di sicuro l’eventuale seguito ha un grosso potenziale e potrà viaggiare ancora più speditamente, tanto che questo si potrebbe tranquillamente soprannominarlo Robocop Beginning.
Nessuna traccia invece di un cameo che pareva scontato, quello del vecchio Murphy, Peter Weller. Sgarbo o scelta dell’attore? Non abbiamo ancora risposta.

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