Il Signore delle Mosche è indubbiamente uno dei romanzi più discussi del novecento. Non una semplice storia di avventura, quanto più un trattato sulla natura umana, analizzata da un punto di vista cupo e pessimista. Suscitò scalpore all'epoca della sua uscita e continua a farlo anche a distanza di più 70 anni. Il punto non era la violenza in sé, ma come questa (per l'autore) fosse da sempre profondamente radicata in ognuno di noi, perfino in una mente apparentemente innocente come quella di un ragazzino. Resta sopita a causa dell'ambiente nel quale viviamo, delle leggi, del giudizio della società, ma basta togliere questi elementi e lasciare l'uomo da solo, preda solo dei suoi istinti e del bisogno di sopravvivenza e tutto cambia. La "vera natura di ognuno di noi" prende il sopravvento. Una filosofia non condivisibile magari, ma che non manca di inquietare e angosciare. Un tipo di orrore psicologico, che destabilizza.
Nel corso del tempo diverse sono state le trasposizioni che hanno esaltato questo o quell'aspetto (la fedeltà al romanzo o la violenza spiccata), ma probabilmente non poteva esserci miglior autore di Jack Thorne (Adolescence) per fornirci una versione moderna di questo spaccato sull'adolescenza violenta così crudo.
Il Signore delle mosche (la serie) prende la stessa struttura della pluripremiata serie del 2025 (4 puntate, ognuna dedicata ad un diverso protagonista delle vicende) ma decide di rinunciare alla caratteristica scelta del piano sequenza continuo, pur risultando registicamente molto realistico, a tratti quasi documentaristico. Una trasposizione decisamente fedele, con qualche modifica necessaria.
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