domenica 10 marzo 2024

Bruce Dickinson - The Mandrake Project


Sono passati quasi 20 anni dal precedente lavoro solista di Bruce Dickinson (Tyranny of Souls), ma a leggere la line up e ad ascoltare alcuni dei brani presenti su The Mandrake Project sembra che il tempo si sia fermato. Eppure tra il disco precedente e questo ne sono successe di cose. Lì Bruce era appena ritornato nei Maiden, qui invece ormai il suo ritorno è storia vecchia, con tanti dischi del gruppo sfornati di nuovo con la sua voce, voce nel frattempo cambiata, anche a causa di un tumore ormai alle spalle. Anche l'età non è più la stessa, eppure per un ultrasessantenne che ha avuto problemi di salute si è mantenuta a buoni livelli, anzi Dickinson la utilizza perfino sfruttando registri diversi, laddove non è più in grado di raggiungere certe tonalità.



The Mandrake Project aveva fatto temere dopo i primi articoli e i primi pezzi rilasciati (Afterglow of Ragnarok o Rain on The Graves) che si trattasse di un lavoro nella media, fatto di brani un po' riciclati, un po' ripescati qua e lá, senza grossi spunti. Invece non mancano i momenti memorabili. Basti citare la rocciosa Resurrection Man, il quarto pezzo dell'album. Il ritmo è incalzante ma è scandito dapprima dalle chitarre acustiche che dopo circa un minuto lasciano spazio all'elettrica. Arriva il ritornello, efficace eppure non banale e poi all'improvviso il pezzo cambia di nuovo in maniera repentina, rallentando di colpo per poi affidarsi ad un incedere cadenzato su un potente riff scandito dal basso. Sonoritá che profumano di anni 70 e ricordano in parte alcune atmosfere dei Black Sabbath. Nel finale sopraggiungono le sonoritá precedenti ed il ritornello a regalarci uno dei migliori pezzi dell'album, uno dei più complessi.

Nell'album non mancano di certo i pezzi più immediati e classici. Many Doors to Hell ad esempio ha un andamento molto canonico, sferzato qua e lá dagli interventi dell'organo hammond, così come sono le tastiere a introdurci a Fingers In The Wound, altro pezzo piuttosto classico che ha negli interventi dell'italiano Mistheria quel tratto caratteristico che lo differenzia rispetto ai lavori dei Maiden. C'è spazio perfino per sonoritá esotiche. Quasi sullo stesso filone abbiamo Mistress Of Mercy, che sembra però riportarci ai tempi di Chemical Wedding, sia a livello sonoro che vocale.
A chiudere il lotto dei pezzi di minor durata del disco c'è poi Face In The Mirror, una ballad molto piacevole anche se poco originale che però trova anch'essa uno spunto per diventare memorabile: è infatti il primo pezzo nel quale Bruce ci fa ascoltare un suo assolo alla chitarra. 




Ma è nei 3 brani più lunghi del disco che possiamo trovare il meglio dell'album. Eternity Has Failed può ricordare nel titolo quella If Eternity Should Fail contenuta in The Book OF Souls e infatti ne è una diretta evoluzione o meglio un ritorno alle origini: si tratta dello stesso pezzo ma scarnificato, ripensato così come era stato ideato in origine. Più breve, più lento, meno adrenalinico e più "teatrale". Diverso dall'originale ma ugualmente efficace.
Shadow of The Gods col suo crescendo orchestrale e il cantato di Dickinson ancora una volta molto teatrale ci conduce su sonorità solenni condotte ancora una volta da Mistheria. Ma il pezzo dopo circa metá durata si inasprisce aumentando decisamente i giri del motore ricordando, per progressione, precedenti song come Omega. Lo stesso si potrebbe dire, moltiplicato per due, per la finale Sonata (Immortal Beloved). Qui Bruce ci regala un cantato diverso dal solito, ora più blueseggiante, ora ai limiti del parlato, ora urlato come nell'efficacissimo e memorabile ritornello. Il finale è affidato ad un ottimo assolo psichedelico alla chitarra di Roy Z a chiudere un pezzo diverso dai canoni ma decisamente affascinante. 

The Mandrake project è insomma un album piuttosto sfaccettato, dove Bruce anziché seguire un sentiero giá battuto sceglie di fare un po' quello che gli pare: si passa dai pezzi ripescati dal passato dei Maiden, a quelli che ricordano i suoi album solisti, ad altri che sembrano usciti da un disco degli anni '70 dei Deep Purple, ad altri ancora estremamente personali, che mescolano influenze classiche, psichedeliche e teatrali. 
Una bella sorpresa.

Voto 8


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