☰
Visualizzazione post con etichetta Musica. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Musica. Mostra tutti i post

martedì 8 settembre 2026

Steve Hackett & Steve Rothery - The roaring waves


Atteso da almeno un decennio, relegato quasi a "leggenda metropolitana", il fantomatico disco in coppia di Steve Hackett e Steve Rothery (due dei chitarristi più iconici del progressive rock) è finalmente giunto tra noi. Già solo leggere i due nomi in copertina evoca tutto un immaginario chitarristico che non può non fare sognare, soprattutto se siete fan di entrambi i gruppi nei quali militano o hanno militato (i Genesis e i Marillion). Ma è tutto oro quello che luccica? O l'hype ha generato il topolino? Davvero è lecito aspettarsi ancora un disco rivoluzionario da due musicisti come loro?

Analizziamo il disco track by track. 

domenica 10 marzo 2024

Bruce Dickinson - The Mandrake Project


Sono passati quasi 20 anni dal precedente lavoro solista di Bruce Dickinson (Tyranny of Souls), ma a leggere la line up e ad ascoltare alcuni dei brani presenti su The Mandrake Project sembra che il tempo si sia fermato. Eppure tra il disco precedente e questo ne sono successe di cose. Lì Bruce era appena ritornato nei Maiden, qui invece ormai il suo ritorno è storia vecchia, con tanti dischi del gruppo sfornati di nuovo con la sua voce, voce nel frattempo cambiata, anche a causa di un tumore ormai alle spalle. Anche l'età non è più la stessa, eppure per un ultrasessantenne che ha avuto problemi di salute si è mantenuta a buoni livelli, anzi Dickinson la utilizza perfino sfruttando registri diversi, laddove non è più in grado di raggiungere certe tonalità.

sabato 24 febbraio 2024

Steve Hackett - The Circus And The Nightwhale


Per tutti i musicisti ad un certo punto arriva il momento di guardarsi indietro e riflettere sull'intera carriera. Quel momento nel quale magari dopo anni di successi sei impantanato nel guano della sterilitá delle idee. Per Steve Hackett questo momento giunge invece in un momento di massima creativitá nel quale, messa da parte l'originalitá o innovatività, ha trovato una vena che gli ha permesso di sfornare album a getto continuo e di essere sempre contemporaneamente su un palco, molto più rispetto a 30/40 anni fa. Ma gli anni passano per tutti e, arrivato ormai da qualche settimana, alla soglia dei 74 anni, il tempo dei bilanci è ora giunto, il tempo nel quale ci si ritrova a ripercorre le tante tappe di una vita e una carriera fatta di alti e bassi ma degna di essere raccontata. E Steve con The Circus and the nightwhale fa esattamente questo: ci racconta sotto forma di concept album i momenti più importanti, scegliendo di narrarceli per mezzo di una allegoria: la storia di un giovane chiamato Travla e il suo rito di passaggio. 

Un concept quindi (e Hackett non ne componeva uno da tempo) ma non solo inteso come insieme di canzoni collegate da una trama unitaria. The circus and the nightwhale anche compositivamente è un'insieme di frammenti, di diapositive,  che ci mostrano spettri emozionali e musicali diversi. Abbandonata momentaneamente la recente fascinazione per la world music, Steve in questo caso attinge ai suoi amori musicali principali, i tanti generi apprezzati e suonati da lui nel corso degli anni: il pop, il blues, il jazz, l'hard rock, qualcosina di heavy e, naturalmente, il progressive rock. 

Si parte quindi con People Of The Smoke, il ricordo di una infanzia vissuta appena dopo la fine della guerra, in una Londra invasa dai fumi delle fabbriche in un quartiere operaio. Paradossalmente però è il brano più simile a quelli recenti, sembra quasi uscito da uno degli ultimi album, lascia quindi piuttosto interdetti. La brevissima e ottima The Passing Clouds dipinge pennellate vellutate, attraverso un assolo di chitarra emozionante che ci ricorda giornate passate ad ascoltare i miti dell'adolescenza, i musicisti che hanno forgiato l'amore per la musica e per uno strumento. 
Taking You Down cambia nuovamente lo scenario, col suo insistente riff heavy e la voce di Nad Sylvan filtrata e oscura, ci porta su sentieri paurosi, dove i timori dell'infanzia diventano demoni che ci porteremo dietro per il resto della vita. Se i fiati hanno il sapore dei King Crimson l'assolo al fulmicotone di Steve invece conduce il brano ancora su sonoritá più dure, anche se consuete. 

Found And Lost, al contrario, ci conduce in club dove è forte il profumo del fumo e del gin e, nel buio della sala, si odono note jazzate e delicate. E' il momento per Travla/Steve di "entrare nel ring" e mostrare agli altri di cosa é davvero capace: Enter The Ring è il pezzo più prog dell'album e quello che rimanda più fortemente al passato genesisiano del chitarrista. L'introduzione sta in mezzo tra Entangled e Set Your Compass del suo repertorio solista. Ma il pezzo in meno di 4 minuti riesce a regalarci sprazzi di buona parte del prog che fu, non solo di marca Genesis. Basti pensare al crescendo con flauto in evidenza alla Jethro Tull, o le successive voci che ricordano i vocalizzi degli Yes. Questo e molto altro in una composizione che fará piacere a coloro che apprezzano il lato più progressivo della musica di Hackett. 
Il successo, i riflettori, però ad un certo punto diventano una sorta di gabbia dorata dalla quale il protagonista vuole fuggire. E la successiva Get Me Out! ci parla di questa necessità di andar via, cercando nuove strade per non rimanere imprigionati (siamo in pratica nel momento in cui Steve lascia i Genesis). Le strofe dolci e apparentemente sognanti quindi vengono spazzate via da un riff ed un assolo che sta in mezzo tra il blues e l'hard rock, con la chitarra elettrica che spadroneggia. 
Un altro lato importante nella vita di Travla/Steve è l'amore, che il protagonista sembra trovare in una donna che, nel suo momento di massima fragilità, sembra capirlo perfettamente. Un rifugio e un porto sicuro dopo l'abbandono della grande notorietà. Ghost Moon And Living Love ci racconta queste sensazioni introducendocele con una voce femminile (Amanda Lehmann) settata su note alte, che ci conduce poi al pezzo vero e proprio: una semi-ballad impreziosita ancora una volta da un ottimo assolo all'elettrica. Ma si avverte già qualcosa di malinconico, come se qualcosa sia destinato ad accadere e a cambiare di nuovo radicalmente la vita del protagonista.




In Circo Inferno Travla/Steve sente di nuovo come una morsa e chiede aiuto, è come se si trovasse a girare vorticosamente cercando un appiglio nella persona amata. Le sonoritá sono ancora una volta dure, dirette, con riff secchi e veloci, preparandoci al sopraggiungere del crollo definitivo di tutte le illusioni. Il Breve strumentale Breakout irrompe allora ad alzare ulteriormente il volume e l'oscuritá nelle sonorità. Anche quell'unico appiglio appare vano (sono note le vicissitudini di Steve con l'ex moglie), tutto sembra sgretolarsi e il protagonista viene sbalzato via, come se si ritrovasse in mare aperto senza alcuna via di salvezza. All At Sea è la continuazione del pezzo precedente ed è anch'esso uno strumentale molto rarefatto, che ricorda vagamente The Waiting Room. A quel punto, Travla come un novello Pinocchio, vede sopraggiungere una balena (anche se nel romanzo originale, come sappiamo, si trattava di un pescecane) che si avvicina sempre di più, pronta ad inghiottirlo, con un incedere che musicalmente ricorda certi crescendo dei King Crimson. E' il momento più difficile per Travla/Steve, che sembra ormai senza via d'uscita. Siamo dentro Into The Nightwhale, un semi-strumentale, che si apre però nel finale ad una ritrovata speranza, con la voce di Steve che torna sul filo di lana, circondata da una sezione orchestrale che conduce ad un finale  di chitarra piuttosto rarefatto.

Questa nuova consapevolezza e volontà di lasciarsi il passato oscuro alle spalle viene espressa al meglio da Wherever You are, una ballata pop che rappresenta forse il momento più accessibile dell'album. La chiusura definitiva spetta però allo strumentale per chitarra acustica White Dove, che Steve aveva giá rilasciato in precedenza come brano bonus. La luce ha vinto l'oscurità e il protagonista può definitivamente ritrovare la voglia di vivere e la speranza, amare di nuovo giungendo con una nuova consapevolezza alla fine del suo viaggio. 

In definitiva The Circus And The Nightwhale è un album diverso dai precedenti, se non altro nella struttura e nelle intenzioni. Meno accessibile e più personale. E' come se Steve volesse ripescare da tutto il suo repertorio e volesse mettere un punto (speriamo e crediamo non definitivo). Un lavoro più frammentario concettualmente ma allo stesso tempo più omogeneo musicalmente, fatto di tante suggestioni e piccoli frammenti da ascoltare in una sola volta o al massimo due, per godere al meglio del suo potenziale. 

Voto 8

lunedì 25 dicembre 2023

Le mie 5 canzoni del Natale

Natale è atmosfera e quindi anche musica. Il momento migliore nel quale farci cullare da dolci note sognanti. Le canzoni natalizie sono tante, le più note le abbiamo sentite decine, centinaia, migliaia di volte, tanto da diventare perfino indigeste come a volte il pranzo del 25 dicembre. Ma ce ne sono tante altre che per un motivo o l'altro tendiamo ad associare a questo periodo, pezzi che magari non sono totalmente dedicati al Natale, che magari lo lambiscono solo di striscio, ma che contengono l'essenza di certe atmosfere che ci fanno sognare o tornare bambini. Ecco 5 canzoni che mi ricordano in qualche modo il Natale.

A Winter's Tale - Queen.



E' pieno inverno. La luna "di seta" é alta nel cielo, i bambini stanno sognando, c'é una specie di magia nell'aria... Sto sognando? Si chiede Freddie Mercury? E noi con lui ci addentriamo in questo magnifico paesaggio, fatto di alte montagne e di una soffice pioggia, mentre della gente sta chiacchierando del più e del meno, attorno al fuoco. Sembra un qualcosa che viene direttamente dal paradiso. "Oooh, it's bliss"


Wintertime Love - The Doors




E' inverno, fa freddo, i venti del nord pungono e mettono malinconia. Un nuovo amore, un "amore invernale" potrà cambiare la situazione. Un pezzo semplicissimo sia nel testo che musicalmente ma che, grazie all'ottimo uso delle tastiere e ad un Jim Morrison molto più contenuto del solito, evoca atmosfere di tranquillità e speranza. "Come with me, dance, my dear Winter's so cold this year"


A Winter's Tale - Genesis




Stesso titolo del pezzo dei Queen. Brano diversissimo (e non certo tra i più famosi o celebrati del gruppo) ma ugualmente evocativo di certe atmosfere. Il calore del fuoco che consola, quando l'amarezza viene scacciata dalla quiete di una notte serena, al riparo dalla pioggia. In quel momento i sogni delle cose che sopraggiungeranno ci fanno sperare nel ritorno di un sentimento sopito. E' il momento di non nascondere quindi i sentimenti e mostrarli apertamente. "The winter's bitterness is lost. It's the fireside warmth that comforts me, the peace for all my thoughts"


This Strange Engine - Marillion




Il cuore è un motore strano. Ci porta a commettere gli atti più belli e quelli più atroci. E' lo spunto per Steve Hogarth per raccontarci della sua infanzia, dai momenti più felici alle delusioni, alla paura, alle sensazioni che si provano quando tutto sta per cambiare. Ci si ritrova quindi a ripensare al passato, con la sensazione di fluttuare tra gli edifici delle vecchie città e i loro abitanti che dormono, "inseguendo la luna". Ci riporta alla mente i "fantasmi del Natale", ci fa ricordare i profumi e le voci di quando ti senti ancora sperduto nel mondo senza sapere chi sarai e cosa diventerai. "Running as fast as I could run. Send to me the ghosts of Christmas, whispering, ""You're the only one""


Christmas Song - Jethro Tull




Qui andiamo sul classico, non sul classicissimo. I Jethro Tull hanno sempre avuto un rapporto burrascoso con le religioni, quindi sono perfetti per un Natale gioioso ma poco convenzionale, non per questo lontano da certe tradizioni ed atmosfere: le castagne arrostite sul fuoco, i canti natalizi, Jack Frost, il vischio, il tacchino. E allora i Jethro Tull ci offrono la loro canzone, a noi bambini "dagli uno ai novantadue anni" che in fondo aspettiamo ancora tutti l'arrivo di Babbo Natale. "Hey! Santa! Pass us that bottle, will you?"

Buon Natale a tutti!




martedì 8 marzo 2022

Marillion - An Hour Before It's Dark


Sono passati ben 6 anni dal 2016 e quante cose sono accadute. 6 anni nei quali i Marillion non si sono fatti sentire, nonostante di solito si tratti di una band piuttosto prolifica in fatto di uscite. Certo, delle cose le hanno pubblicate, alcune anche pregevoli (il bel live With Friends From The Orchestra) ma gli album di inediti si fermavano a quel bellissimo F.E.A.R. che ce li ripresentò in forma smagliante e perfettamente calati nella nostra epoca (laddove molte band prog preferiscono invece suonare e risuonare  la stessa canzone dagli anni '70).
An Hour Before It's Dark, uscita in questi giorni, sembra riprendere il discorso lasciato in sospeso col lavoro precedente, sia in quanto a tematiche che a livello più specificamente strutturale dell'album. Si potrebbe quasi parlare di una "parte 2". Se li i Marillion affrontavano argomenti come l'immigrazione, il denaro, il potere, la violenza (alcuni ancora più attuali dopo i recenti fatti di guerra), rendendo F.E.A.R. un album molto "politico", in questo caso la band si sposta su tematiche più umanistiche: l'ambiente, il rapporto con la Terra e con la pandemia, il convivere con la malattia e la morte. 

Anche a livello strutturale, come detto, ci sono somiglianze col lavoro precedente. Rothery e soci adottano anche qui la formula del "semi-concept", con 4 suites divise in più parti a prendersi la scena principale, e un altro paio di brani a se stanti.
Il primo dei quattro pilastri sui quali si poggia l'album è costituito da Be Hard on Yourself che già dai primi secondi ci mostra ancora una volta i Marillion come maestri di atmosfera, abili creatori della tensione. Non servono assoli al fulmicotone o funambolismi. Il suono è omogeneo, gli strumenti si intrecciano tra loro senza soluzione di continuità, con un Rothery certosino in un lavoro di cesello e un Ian Mostley molto più in primo piano rispetto al recente passato (voto 8,5).

Reprogram The Gene è la più breve delle 4 suites e scuote l'album con il suo approccio rock e un andamento più spigoloso. La voce di Hogarth si fa più dura, ma solo fino ad un certo punto, poi il brano muta verso lidi più melodici che danno modo a Steve Rothery di mettersi in mostra con uno dei suoi classici assoli all'elettrica che arrivano dritti al cuore. Un brano di buon valore anche se non tra i migliori in assoluto dell'album (voto 7,5).

Dopo un brevissimo internezzo strumentale (Only a Kiss) si giunge così alla prima canzone non divisa in più parti, quella Murder Machines già circolata in giro prima dell'uscita dell'album, accompagnata da un eloquente videoclip promozionale. Il testo esplicita alla perfezione l'argomento trattato (la pandemia), ad esempio nel ritornello crudo e angosciante: "I put my arms around her And I killed her with love". Pure le sonorità del pezzo (comunque il più immediatamente assimilabile dell'album) si fanno più spigolose, elettroniche, poco rassicuranti (voto 8).

Di tutt'altro tenore la seguente The Crow And The Nightingale, anch'essa non divisa in più parti e ispirata da Leonard Cohen. Atmosfere notturne, jazzate, ci avvolgono, cullandoci assieme alla voce di Hogarth qui particolarmente ispirato, anche a livello di testi (molto poetiche le liriche). Anche Steve Rothery ci delizia con un assolo dei suoi che conduce il brano ad un finale più sostenuto. Ottima (voto 9).




La terza suite, Sierra Leone, conserva le atmosfere rilassate del pezzo precedente, almeno inizialmente. Si tratta di uno dei classici brani marillioniani che ci fanno viaggiare in posti lontani, raccontandoci storie: quella sorta di prog "cinematrografico" che ci ha regalato già perle come Gaza, Montreal, la stessa The Leavers dell'album precedente. Sembra quasi di essere lì, tra le sabbie africane ad osservare questo minatore che ,imbattendosi in un grosso diamante, comincia a sognare un futuro migliore ma è tormentato dal suo senso morale. Un pezzo molto evocativo e quasi minimalista nel suo approccio al prog (voto 9+)

L'album si chiude con la più lunga di tutte le composizioni, Care, che già dal titolo, ancora più che per Murder Machines, ci fa capire l'argomento del quale tratta. L'impatto della pandemia da modo ad Hogarth e soci di regalarci una riflessione sulla paura, sulla morte ma anche sulla speranza (il bellissimo finale nel quale si omaggiano tutti coloro che hanno contribuito col loro lavori a salvare delle vite umane: "The angels in this world are not in the walls of churches, The heroes in this world, working while we’re all sleeping"). Bellissimo poi l'assolo sul finale di Rothery. (Voto 9+)




An Our Before It's Dark non è il miglior album in assoluto dei Marillion, è soltanto l'ennesima dimostrazione della maturità di un gruppo che in più di 40 anni di carriera ha attraversato numerose sfumature del prog e ha trovato alla fine la sua strada. Una delle voci più autorevoli e importanti del movimento, che non smette di emozionare, far riflettere, e deliziare con melodie e sonoritá mai troppo complesse o virtuosistiche ma sempre efficaci, evocative, dal grande respiro poetico. Cosa chiedere di più a questo ormai over sessantenni?

Voto 8

martedì 21 settembre 2021

Steve Hackett - Surrender of Silence [testi e traduzioni]


1. The Obliterati

(The oppressors and invalidators...
They know who they are)

1. Gli Obliterati

(Gli oppressori e gli invalidatori...
Loro sanno chi sono)


2. Natalia

(A Russian "Everywoman"...Many Natalias have passed this ways)

Moved by the spirit when her country was young
Natalia danced to the moon and the sun
Condemned as a heathen they stole her away
A priest lit her fire on her judgement day

A thousand years on, no chance to rest
Natalia's baby lay still at her breast
Begging for bread at the palace's gate
A royal bullet fired and sealed her fate

Oh Natalia, the woman you could be
Oh Natalia, a chance to set you free

Broken balalaikas, no chance to fly
Natalia dared to ask a man why?
From a red train Siberia bound
Her frozen body was never found

She cried out rejoicing, "Freedom at last!"
But her purse fell empty, again why she asked
A poisoned drink from a woman dressed in mink
Took Natalia's life, a cry in the wind

Oh Natalia, the woman you could be
Oh Natalia, a chance to set you free

lunedì 13 settembre 2021

IRON MAIDEN - Senjutsu (TESTI E TRADUZIONI IN ITALIANO)

1. Senjutsu*

Beat the warning, the sound of the drums
Set the beacons afire for them all
Call to arms all the men far and wide
Have to fight now for dynasty, pride at stake

The invaders repel from the north
Keep out nomads who came from the plains
Northern grasslands awash with them all
Blocking the tribes that invade from the south of us

Rallying round to the call
We can hear far away are the sound of distant drums
And they need everyone at the wall
So the day of our judgement has now begun to fall

Survive on ledges bitten in dust
Knowledge and virtue is stricken by lust
Really believe that they're coming for us
Dancing on graves of those who bled for us

Driven away by our endless desire
Defeat by anger and our greatest fire
Attack again and try as they might
Hold them again and see them running

Rallying round to the call
We can hear far away are the sound of distant drums
And they need everyone at the wall
So the day of our judgement has now begun to fall

Hear them coming, ready now we wait
Must be steadfast, must be patient
Must believe in that we can win
What will save us? The great wall

Now under siege have the real strength to hold them now
Have to believe that we can repel them
Faith in the years our ancestors taught us
Have the belief that we can protect the wall

Try if they can, we will overthrow them
Fight to the last, they can never own us
Battle of wills, we'll fight to the last man
Honour our dead so they never fought in vain

Hold our fortune, avenge the merciful
Hold the great wall, never fall again
Arrows falling, dark oblivion
Live in spirit, live to tell our sons

Rallying round to the call
We can hear far away are the sound of distant drums
And they need everyone at the wall
So the day of our judgement has now begun to fall


1. Senjutsu

Batti l'avvertimento, il suono dei tamburi
Accendi i fari per tutti loro
Chiama alle armi tutti gli uomini in lungo e in largo
Devo combattere ora per la dinastia, l'orgoglio é in gioco

Gli invasori respingono da nord
Tenete fuori i nomadi che sono venuti dalle pianure
Le praterie del nord ne sono piene
Bloccando le tribù che invadono dal nostro sud

Radunandoci a giungere della chiamata
Possiamo sentire distante il suono di tamburi lontani
Hanno bisogno di tutti alle mura
Quindi il giorno del nostro giudizio ha cominciato a scoccare

Sopravvivere su dirupi nella morsa della polvere
La conoscenza e la virtù sono attaccate dalla lussuria
Credo davvero che stiano venendo per noi
Ballando sulle tombe di coloro che hanno sanguinato per noi

Spinti via dal nostro desiderio senza fine
Sconfitti dalla rabbia e dal nostro fuoco più grande
Attacca di nuovo e tenta, come farebbero loro
Bloccali di nuovo e guardali correre

Radunandoci a giungere della chiamata
Possiamo sentire distante il suono di tamburi lontani
Hanno bisogno di tutti alle mura
Quindi il giorno del nostro giudizio ha cominciato a scoccare

Ascoltali arrivare, ora pronti aspettiamo
Devi essere risoluto, devi essere paziente
Devi credere che possiamo vincere
Cosa ci salverà? Le grande mura

Ora sotto assedio dobbiamo avere davvero forza per contenerli
Dobbiamo credere che possiamo respingerli
La fede negli anni di cui ci narravano i nostri antenati
Dobbiamo credere che possiamo proteggere le mura

Che ci provino se possono, li rovesceremo
Combattete fino all'ultimo, non potranno mai possederci
E' una battaglia di volontà, combatteremo fino all'ultimo uomo
Onora i nostri morti affinché non abbiano mai combattuto invano

Custodisci le nostre fortune, vendica i misericordiosi
Difendi la grande muraglia, non cadere mai più
Frecce che cadono, oscuro oblio
Vivi nello spirito, vivi per dirlo ai nostri figli

Radunandoci a giungere della chiamata
Possiamo sentire distante il suono di tamburi lontani
Hanno bisogno di tutti alle mura
Quindi il giorno del nostro giudizio ha cominciato a scoccare

* dal giapponese "strategia", "tattica"

mercoledì 8 settembre 2021

Iron Maiden - Senjutsu


Sono passati ben 6 anni da The Book Of Souls, penultimo album dei Maiden. Di acqua sotto i ponti ne é passata, eccome. Si potrebbe perfino dire che viviamo quasi in un'altra epoca. Ma basta ascoltare i primissimi secondi di Senjutsu, nuovo lavoro della metal band britannica, per sentirci a casa, come se questi 6 anzianotti vivessero in una loro dimensione dove le regole del tempo non funzionano allo stesso modo.
Bastano i colpi della batteria di Nicko McBrain per ritrovarci su sentieri noti: epici, guerreschi, cruenti, con una spruzzata (stavolta) di oriente. E' di questo che si ciba la title track, posta come opener, ad aprire le danze in maniera potente ma mai invadente, con il suo andamento costante, le poche variazioni, tra schitarrate furiose e tamburi. Il cantato profondo di Dickinson é la ciliegina su una torta appetitosa, ma il meglio deve ancora venire (voto 8,5).

"Stratego", il secondo estratto dell'album dopo Writing on the Wall, é, per contraltare, un pezzo molto diretto e puramente maideniano. Classico riff veloce ma non velocissimo che ci conduce ad una song che ha il compito di stamparsi subito in testa senza tanti fronzoli. Non c'é molto da dire, molto gradevole, fa il suo senza stupire (voto 7)
Subito dopo troviamo l'altro estratto dal disco, la già nota "Writing on the wall". Ancora una volta un Nicko sugli scudi conduce le danze e ci porta su sentieri noti ma piacevoli, con le chitarre che ci regalano una assolo molto riuscito. Il ritornello é impossibile da dimenticare, orecchiabile ma non banale (voto 7,5).

Dopo 2 pezzi piú brevi e canonici "Lost in a Lost world" prova a rialzare l'asticella della complessità (quasi 10 minuti di saliscendi). Inizio molto delicato ed inusuale con un Bruce grandissimo. Sembra quindi di trovarci di fronte ad una piacevole ballata. Niente di piú sbagliato. Appena scoccano i 2 minuti si parte con un riff, non immediatissimo ma puramente maideniano e una parte centrale che a tratti sembra evocare stancamente le atmosfere di A matter of life and death. Il senso si già sentito comincia a farsi però piú forte mentre i riff continuano ad alternarsi ed avvilupparsi senza soluzione di continuità. Si rischia insomma che le montagne russe del brano ci conduciamo soltanto alla confusione, se ne esce poi però in grande stile. Cosí come era cominciato il brano torna sui suoi passi, si addolcisce ma stavolta acquista epicità e il cantato dona al pezzo un finale di sicuro effetto. Ci troviamo di fronte insomma ad un pezzo difficile da giudicare, che alterna cose pregevoli ad altre che fanno storcere un po' il naso (voto 7+)

‘’Days Of Future Past’’ ci riporta su territori piú immediati, classici che piú classici non si può. Il riffaccione molto anni '80 non lascia dubbi, cosí come il pezzo. E' maiden sound, di quelli senza fronzoli e senza sorprese, senza pretese oseremmo dire, quasi da filler. Stratego e Writing fanno la stessa cosa ma decisamente meglio. Però non é proprio una ciofeca, quello no (voto 6,5)

"The Time Machine" ci riporta però al "metal progressivo" con un saliscendi che stavolta appaga. Chitarre aggressive e melodiche che ti entrano subito in testa. Nulla é lasciato al caso, ci troviamo di fronte alla classica galoppata alla maiden nella parte centrale, con Bruce molto convincente. Non c'é un attimo di tregua, tutto cambia ad ogni battito d'ali e si fa ora piú aspro e ora piú epico. Sicuramente il brano piú "progressivo" finora, ma allo stesso tempo é uno dei piú scorrevoli e assimilabili al primo ascolto (voto 8+)

La Seconda metà di questo Senjutsu si apre con un pezzo davvero davvero inusuale. "The darkest hour" dal titolo potrebbe far pensare ad un pezzo metallico potentissimo e oscuro. Pure l'introduzione delicata e acustica (con tanto di suoni di gabbiani in sottofondo) non sarebbe da prendere come un segnale definitivo. Niente affatto. L'intro ci conduce davvero stavolta ad una ballad sofferta e sentita, con un Bruce Dickinson perfetto (il pezzo sembra quasi uscito da un suo album solista). Bellissimo l'assolo di chitarre, uno dei migliori dei maiden da 30 anni a questa parte. Insomma molto molto bene, non quello che uno si aspetta ma davvero ben fatta (voto 8).

“Death Of The Celts” inizia anch'essa in maniera delicata, acustica, ma sappiamo che stavolta non possiamo assolutamente fidarci. La durata, l'incedere iniziale alla "The clansman" ci fa presagire già quello che arriverà. E puntualmente non veniamo smentiti. Epicità a pioggia come solo i Maiden sono in grado di creare. Pezzo potente ma molto melodico, dove Dickinson scompare per gran parte del tempo per lasciare spazio ai 3 chitarristi che sembrano battagliare per prendersi la scena. Siamo di nuovo dalle parti del metal progressivo. Ci sono pure le tastiere che donano al tutto un sapore particolare ed accompagnano Dickinson mentre ritorna per breve tempo per la parte finale simile all'intro.
Un pezzo insomma imponente e cangiante, come nella migliore tradizione del gruppo (voto 8,5).

“The Parchment” alza ancor di piú la posta (é il pezzo piú lungo di tutto l'album) : intro orientaleggiante e misterioso. Molto potente, massiccio, con un riff minaccioso e un cantato rabbioso. Il pezzo é sicuramente tra le cose piú pesanti di questo Senjutsu eppure non manca un certo spirito melodico, saranno le tastiere che donano al tutto ancora una volta un sapore progressivo o saranno le chitarre che, come da tradizione, riescono sempre a risultare gradevoli in qualsiasi veste. Ancora una volta sembra di assistere ad un "triello" tra chitarre pieno di cambiamenti e di epicità. Non c'é che dire, questi ultrasessantenni ci sanno fare, ancora. Certo i tempi di Ryme of the ancient mariner sono lontani ma il pezzo non sfigura di fronte ai piú storici per durata e complessità del gruppo (voto 9).

"Hell on earth" chiude il terzetto dei pezzi forti dell' album. Dei tre é sicuramente il piú melodico. La classica intro acustica, stavolta piú breve, ci conduce ad un crescendo col classico incedere galoppante e, ancora una volta, epico. Stavolta però siamo piú vicini al progressive che al metal. Il pezzo é infatti molto gradevole e pur nelle sue continue mutazioni mantiene un impianto melodico con un ritornello (?) davvero riuscito. Ma come detto il pezzo non ha una struttura canonica ed anzi fa sfoggio di invidiabile camaleonticità grazie anche alle tastiere che dipingono atmosfere a tratti perfino sognanti nonostante le tematiche del pezzo. Basti dire ad esempio che prima di entrare Dickinson il brano va avanti per 3 minuti e oltre quasi come fosse uno strumentale. Difficile chiedere di meglio. Bruce Dickinson appare perfettamente a suo agio poi in questo tipo di song. (voto 9)

Si chiude cosí in bellezza un lavoro ben suonato, dalla struttura ben definita (una prima parte dove i pezzi piú immediati la fanno da padrone ed una seconda parte piú complessa che flirta spesso col progressive), piú compatto del precedente, che non sconvolge per originalità ma coinvolge per il suo essere rassicurante.
Magari non ci sarà un pezzo destinato ad essere annoverato tra i classici dei classici e probabilmente neanche una nuova Empire Of The Clouds ma é un disco che non ha quasi mai momenti discutibili, un pregio non da poco.
I Maiden insomma sono tornati e sono ancora come li avevamo lasciati qualche anno fa. Scusate se é poco alla loro veneranda età.

Voto CD 1: 7,5
Voto CD 2: 8,5
Voto globale: 8+

giovedì 30 luglio 2020

Pendragon - Love Over Fear


Con colpevolissimo ritardo mi accingo a recensire l'ultimo album dei Pendragon, uscito ormai circa 5 mesi fa. 5 mesi fa, quando eravamo nel bel mezzo di una tempesta (in realtà non ne siamo purtroppo ancora usciti), attanagliati dalla paura, dall'insicurezza, incapaci di capire un qualcosa piú grande di noi, che era arrivato all'improvviso a sconvolgere tutto e tutti e senza la benché minima intenzione di levare le tende, non subito. Mesi che hanno mostrato il meglio di noi ma anche purtroppo il peggio. E' la natura umana.
Un pò tutto questo sembra essere confluito anche, piú o meno esplicitamente o volutamente, in questo "Love Over Fear", che già dal titolo mostra le sue carte.

venerdì 20 dicembre 2019

IL MEGLIO DEL DECENNIO - MUSICA

Pur essendo abbastanza onnivori musicalmente parlando e pur riuscendo ad ascoltare quasi tutti i generi musicali siamo sempre stati innamorati del rock classico e del progressive rock in generale. D'altronde la musica è forse la forma d'arte più polarizzante, quella che porta più spesso a fossilizzarsi (anche inconsapevolmente) su determinati stili e forme che magari ad altri non dicono nulla. La classifica non può quindi che rispecchiare il nostro "credo" musicale.

mercoledì 18 dicembre 2019

Il meglio del decennio... [STAY TUNED]

2010-2019


Il tempo vola. Sei lì a pensare a quanto questo 2019 sia passato in un attimo che ti accorgi che di fatto sono finiti pure gli anni '10. E' quindi il momento giusto per ripensare un po' a quello che è accaduto in questi dieci anni e, dal nostro punto di vista, per ricordare quello che ci ha colpito di più a livello cinematografico, video-ludico, seriale e musicale. Nei prossimi giorni quindi pubblicheremo delle classifiche tematiche che cercheranno di mettere un punto su questi 10 anni, citando magari anche opere che non abbiamo recensito qui sul blog per vari motivi. Naturalmente si tratta di classifiche soggettive (chi al mondo ha mai visto tutti i film usciti o ascoltato tutti gli album, giocato tutti i giochi ecc.?), come tutte quelle che riguardano i gusti personali d'altronde.

Cominceremo quindi con i 10 album musicali usciti tra il 2010 e il 2019 che ci sono piaciuti o che ci hanno colpito di più per poi proseguire con videogiochi, serie tv e film.


Stay Tuned.

mercoledì 27 febbraio 2019

10 canzoni dei Talk Talk

Qualche giorno fa se ne è andato Mark Hollis, ex leader dei Talk Talk. Non un semplice cantante e compositore ma un vero e proprio simbolo degli anni 80'. E' proprio a quel decennio infatti che si deve la sua maggior fortuna, un decennio fatto di luci, colori, apparenza sulla sostanza, proprio quello che paradossalmente Hollis mal sopportava, tanto che, fin dalla fine del decennio, dapprima scelse di allontanarsi sempre di più dalla musica che gli aveva dato la notorietà (per abbracciare uno stile molto più etereo e sfuggente) e poi abbandonò progressivamente del tutto le scene. Un musicista sottovalutato forse proprio a causa di questo suo modo di essere, eppure capace in una manciata di album e di canzoni di definire un decennio e ispirare una miriade di gruppi (alcuni impensabili). Noi di Poi Si Risolve vogliamo omaggiato scegliendo quelle che per noi sono le 10 canzoni più belle dei Talk Talk.

Talk Talk.
Tratta dal primo album l'omonima canzone è tutt'altro che epica: è anzi ancora pienamente inserita in quel contesto plasticoso da anni '80. Difficile credere che si tratti dello stesso gruppo che sfornerà in seguito Laughing Stock. Eppure oltre al titolo emblematico ha questo ritornello che ti entra in testa, contagioso.

Dum Dum Girl
A tratti musicalmente ricorda It's my life (non a caso è contenuta nello stesso album) ma risulta più "leggerina". Tuttavia il ritornello, che a tratti ricorda alcune cose degli Human League, porta il tutto su binari più new wave e anche il finale conferma questa sua anima, attraverso un ampio utilizzo di tastieroni in funzione di assolo più che di accompagnamento.

Such a Shame
Scelta obbligata e non può essere altrimenti. Uno dei pezzi più famosi e, soprattutto, più immediatamente riconoscibili degli anni '80. Di facile presa eppure allo stesso tempo cangiante e pieno di piccole scelte musicali che hanno fatto la storia: da quel riff di tastiere nel ritornello (che rivaleggia con quello di The Final Countdown) all'inizio percussionistico quasi tribale, al finale "stoppato", senza dimenticare la voce di Hollis e uno tra i video più divertenti dell'epoca (onnipresente per tutti gli anni '80). Colpo di fulmine per un bambino dell'epoca come me.

Tomorrow Started
Un pezzo che sta tra il pop-prog dei Marillion di Steve Hogarth (all'epoca ancora lontani) e un certo jazz di classe di facile accessibilità. Il cantato di Hollis è dapprima dimesso ma si "apre" durante il ritornello accompagnato da tastiere incombenti che creano un crescendo commovente. Nella seconda parte i fiati arricchiscono il tutto donando al brano una nuova dimensione. L'esempio perfetto del pezzo alla Talk Talk: poche variazioni e note ma una serie di giochi ad incastri tra tastiere, chitarre e  voce (oltre a volte ad altri strumenti) che allontanano il tutto dal pop e dalla banalità.

Renèe
Inizio musicale "a singhiozzo" con un Hollis che più Hollis non si può (una specie di Brian Ferry più malinconico e dalle sfumature vocali più acute), ritornello condotto ancora una volta dalle tastiere mentre il cantato si fa più arioso senza rinunciare a quell'aura di malinconia iniziale. Un pezzo semplice eppure molto affascinante, come molti dei Talk Talk, dolce e jazzato.

Life's What You Make It
Sicuramente tra i pezzi più famosi del gruppo e tra quelli musicalmente più di facile presa. La strofa ,con il classico basso pulsante, conduce ad un crescendo che esplode nel roccioso riff chitarristico (irresistibile) del ritornello. La poca varietà del pezzo non pesa affatto, questi pochi ingredienti sono sufficienti per costruire qualcosa di caratteristico e che si stampa subito intesta e non ne esce più.



It's my life 
Probabilmente il pezzo più famoso (assieme a Sush a Shame) in assoluto del gruppo, generatore perfino di cover anch'esse di buon successo. L'introduzione con suoni che assomigliano ai gabbiani, le tastiere liquide, il videoclip con gli animali contribuiscono a donare al pezzo questa atmosfera esotica. E poi il ritornello è proprio indovinato e memorabile. Forse un po' inflazionata ma imprescindibile.

I Believe In You 
Il gruppo è ormai pienamente immerso nella sua seconda fase più "eterea" eppure sforna questo pezzo che, anche se molto diverso rispetto a quello degli esordi, risulta accessibile. Chitarre liquide fanno da sottofondo ad un cantato "sfuggente" in un pezzo che sta a metà tra quelli dei primi tempi e quelli più spiaccatamente d'atmosfera della seconda fase. Un affascinante ibrido pop-prog che influenzerà più di qualcuno

Living In Another World
Il coro che ripete il titolo nel ritornello si stampa subito in testa fin dal primo ascolto. Ma siamo già lontani dai pezzi pop dei primi album e il gruppo si avvia già verso la seconda fase. Il cantato di Hollis è più dinamico e sfoggia un registro vocale più ampio. Anche il brano musicalmente è più "aggressivo", con chitarre più presenti rispetto ad altri pezzi e insistenti assoli di armonica. Poi c'è pure come ospite un certo Steve Winwood tanto per essere chiari.

I Don't Believe In You
Altro pezzo prettamente pop, che si giova stavolta del contributo di David Rodes (non è un caso che un po' tutto l'album risulti più rifinito ed "adulto", vista anche la mole degli ospiti presenti). La canzone è quasi tutta costruita sulla vocalità di Hollis, con un sottofondo strumentale di classe e chitarre che dipingono scenari malinconici.

mercoledì 20 febbraio 2019

[TESTI E TRADUZIONI] Steve Hackett - At The Edge of Light

Come da tradizione pubblichiamo i testi e le traduzioni (ad opera di Napoleone Wilson) del nuovo album di Steve Hackett, At The Edge of Light. Se non avete ancora letto la recensione, correte a leggerla.

martedì 5 febbraio 2019

Steve Hackett - At The Edge of Light

Ci sono artisti che passata la sessantina si ritirano a vita privata, campando di rendita, ed altri (molti molti meno) che sembrano invecchiare come il vino buono. Magari l'originalità è ormai da tempo perduta, così come la giovinezza, ma lo spirito resta lo stesso. Hackett appartiene proprio a questa categoria: più passano gli anni e più prolifico sembra diventare. Se quindi tra Genesis Revisited 2 e Wolflight erano passati quasi 3 anni e tra quest'ultimo e The Night Siren giusto 2, il nuovo At The Edge Of Light è uscito appena 22 mesi dopo. Obblighi contrattuali si dirà, ma un artista come Hackett in realtà non ha più nulla da dimostrare e quindi può liberamente permettersi di fare quello che gli pare, anche perchè ormai da anni mantiene il suo seguito molto più grazie ai live che agli album da studio. Quest'ultimo lavoro infatti si inserisce nel solco dei precedenti, Steve sta ormai seguendo un percorso ben definito che mescola sapientemente la world music col prog e con spruzzate di blues/metal. Tutto questo si sposa con tematiche sociali quanto mai attuali e (paradossalmente per questi tempi bui) "controcorrente": la necessità di riscoprire il nostro lato più umano, di sentirci tutti uguali nella nostra diversità, di ricominciare a vedere la bellezza nel diverso come motivo di arricchimento culturale. Ne esce fuori un album non originalissimo, come prevedibile, ma ispirato, meno compatto del precedente ma con più picchi in positivo.

martedì 29 maggio 2018

ARENA - DOUBLE VISION (2018)

Sono passati già tre anni dall'album precedente (il discreto The Unquiet Sky) ed ecco che gli Arena rifanno capolino in questi giorni con un nuovo lavoro: Double Vision. Il titolo potrà sembrare già sentito ed in effetti lo è: è lo stesso di un brano pubblicato giusto 20 anni fa all'interno di The Visitor (ma a livello sonoro non ci sono somiglianze così marcate col brano in questione), album che in un certo sensò portò il gruppo verso lidi più "duri" e più commerciali rispetto a quelli degli esordi. Se infatti il gruppo di Mike Pointer, Clive Nolan e soci era nato come "risposta ai Marillion" in un periodo nel quale, orfani di Fish, questi ultimi cercavano un approccio più da "classifica" è altrettanto vero però che gli stessi Arena col passare del tempo appiattivano il loro sound infarcendolo di riff di facile presa e trasformando il loro new prog in un prog metal melodico tutt'altro che originale (laddove invece i Marilllion, al contrario, si riappropriavano di sonorità più cangianti e sfornavano lavori sempre più convincenti). E' proprio a quel The Visitor del 1998 che questo nuovo album vorrebbe ispirarsi (purtroppo non certo nella discutibile copertina) riuscendoci solo in parte, ma regalando comunque ottimi momenti.

L'intento è in effetti proprio quello di offrire un qualcosa che suoni simile agli ultimi album ma che in un certo senso suoni anche affine ai primi lavori della band. Questa "doppia visione" è evidente soprattutto nella differenza tra "struttura" del disco e sonorità effettive. Se infatti la prima abbandona i tanti brani di breve durata, abbracciando invece pezzi più lunghi ( solo 7) e addirittura una suite di ben 23 minuti di durata (la più lunga della carriera), dall'altra nel sound non si sente un cambiamento particolarmente incisivo, anzi a tratti le sonorità si fanno persino più pesanti e meno ariose rispetto a quelle dell'album precendente.
La partenza con "Zhivago Wolf" è abbastanza emblematica: inizio con riffone stile prog metal e voce, sviluppo più "classico", con un ritornello "facile" ma indovinato, che nel finale si fa più veloce e incalzante. Pezzo orecchiabile e in pieno stile Arena insomma con qualche sfuriata metal qua e là. Lo stesso inizialmente si potrebbe dire con il secondo pezzo,"The Mirror Lies", che sembra avere una struttura simile ma presente una maggiore varietà: il riffaccione è spezzato da parti acustiche e più delicate e anche il ritornello è orecchiabile ma più articolato. 

"Scars" parte con un intro acustica con chitarra e voce in evidenza per poi rivelarsi una semiballad sferzata comunque nella seconda parte da sonorità più potenti, resta comunque tra i pezzi più canonici dell'album, per quanto piacevole. Di durata simile è la seguente "Paradise of Thieves" ma in questo caso si torna a sonorità più prettamente prog metal che però sembrano sviluppate meglio, così come il crescendo che conduce al ritornello (ancora una volta poco originale ma ben costruito) quasi "pendragoniano" (con un Nolan meno in primo piano) anche grazie ad una chitarra che non si limita ad offire riff ma regala qualche breve assolo molto piacevole.
"Red Eyes" è tra i pezzi più lunghi dell'album e ancora una volta è aperta da un riffone chitarristico stavolta quasi hard rock ma le strofe risultano più ariose e in linea con un pezzo new prog. Nella seconda parte si fanno più presenti le tastiere ma l'andamento del pezzo rimane pressochè invariato. Con un ritornello migliore forse sarebbe stato uno dei pezzi migliori del disco. L'esatto opposto di "Poisoned", unica vera ballata e unico brano "acustico" dell'album: piacevolissima, orecchiabile, con un ritornello di facile presa.

E si arriva  così alla famigerata suite da quasi 23 minuti: "The Legend of Elijah Shade". I primi minuti sono quanto di più Marillioniano (quelli di Fish) possa esserci (ascoltate ad esempio la parte che comincia al quarto minuto): piano, cantato teatrale, chitarre acustiche, saliscendi umorale. Sembra insomma di essere tornati indietro nel tempo anche per il gruppo con sonorità che fanno tanto "Songs form the lion's cage". Al sesto minuto la suite si indurisce ma mantiene sonorità new prog assimilabili a quel citato "The Visitor", per poi dal minuto 14 tornare a spostarsi sui solidi lidi rocciosi e assimilabili a quelli degli altri brani (non prima di una breve digressione di Nolan all'organo). Gli ultimi minuti ci riportano invece a sonorità classiche e lontane nel tempo, con la chiusura epica che rimanda a quelle di Sirens (1996) e Solomon (1995), ma di durata inferiore. Un pezzo a tratti davvero evocativo e ben ideato, forse però poteva durare qualche minuto meno.

Double Vision è insomma come detto un prodotto ambivalente: da un lato si sforza di riproporre una struttura e alcune caratteristiche abbandonate nel corso degli anni dal gruppo, dall'altra parte però questo si scontra con sonorità troppo simili agli ultimi (non eccezionali se paragonati ai primi) album, anzi a tratti enfatizzando ancora di più l'adagiarsi sul riff facilotto che appiattisce i pezzi. 
In definitiva se amate gli Arena ci troverete le consuete sonorità orecchiabili ed epiche, perfino qualche bella sorpresa qua e là, se invece cercate la rinascita sonora del gruppo o il miglior album della loro discografia potreste restare delusi

Voto 7

lunedì 26 marzo 2018

Ciao Fabrizio!

Qui su Poi Si Risolve non amiamo speculare sulla morte del personaggio famoso di turno, quel classico modo di fare del web che si ricorda di tizio o di caio solo nel momento della sua dipartita, che si nutre di ipocrisia e ci regala i classici "ero un suo fan" anche quando chi poi magari scrive manco sa di chi sta parlando. Fabrizio invece era un po' come un parente "alla lontana", quello che entra nelle case in punta di piedi e che non suscita mai polemiche, con la sua risata contagiosa.
Un ricordo personale è legato soprattutto ad un'ospitata dei Genesis negli studi di "Domenica In" nel 1998, con il conduttore emozionatissimo e un po' impacciato di fronte alla famosa band. Sono passati 20 anni e ne sono passati 10 dalla pubblicazione di questo post (uno dei primi del nostro blog)...

http://poisirisolve.blogspot.it/2008/11/genesis-con-ray-wilson-domenica-in-1998.html

Sembra ieri.

Ciao Fabrizio!


domenica 30 aprile 2017

Big Big Train - Grimspound (2017)

I Big Big Train sono un gruppo inglese. Nel loro caso definirli tali però non è semplicemente un modo per indicare la provenienza dei suoi componenti, loro sono "musicalmente" inglesi. Ascoltare uno dei loro dischi è come immergersi letteralmente nelle terre d'Albione, respirarne i profumi, trovarsi in quei luoghi, viaggiare con la mente. Anche i testi aiutano a questa "immersione", dipingendo paesaggi e sfondi tra il solare e il nostalgico.
Grimspound, sfornato appena ad un anno di distanza dal precedente Folklore, non è che l'ultimo tassello di questa epopea britannica e si conferma sui buoni livelli dei dschi precedenti.

domenica 23 aprile 2017

Retrospettiva Marillion - parte 4 (2004-2012)

Quarta, e ultima, parte della retrospettiva dedicata al gruppo progressive rock britannico (leggi la terza parte qui)

Marbles (2004) ****+
Uscito in due versioni (una in cd singolo e una in doppio cd) può essere considerato una specie di Brave degli anni 2000. Meno pessimista e crudo, non un vero e proprio concept album, ma con pezzi che si fondono bene tra loro e creno atmosfere magiche come solo i Marillion sanno fare. I quasi 14 minuti dell'iniziale The Invisible Man (un'amara riflessione sul post 11 settembre) mettono subito in chiaro le cose: Marbles è uno dei migliori lavori del gruppo. Lo confermano pezzi jazzati e dilatati come Angelina o la lunga e romantica Neverland. Abbiamo addirittura una specie di Out of this world 2.0: l'evocativa Ocean Cloud con i suoi 18 minuti di saliscendi. Ci sono anche pezzi più leggeri ma ugualmente riusciti ("Don't Hurt Yourself", che farà tornare il gruppo in classifica, o "You're Gone" che rimanda agli U2  e forse un paio di pezzi non esattamenti riusciti come previsto ("The Damage", "Drilling Holes"), ma si tratta di un album davvero riuscito e tra i migliori della loro discografia.

Canzoni migliori: Invisible Man, Ocean Cloud, Angelina, Don't Hurt Yourself, Neverland
Canzoni peggiori: The damage, Drilling Holes


Somewhere Else (2007) **
Il gruppo si avvale di un nuovo produttore, Michael Hunter, e sceglie di sfornare un lavoro più "leggero", immediato, con pezzi più pop ma che purtroppo risultano poco ispirati. A parte la title track (che ricorda i brani del passato passato) e pezzi comunque interessanti come "The Last Century For Man" il resto appare piuttosto anonimo e perfino noioso ("A Voice From The Past"). Il tentativo di comporre pezzi radiofonici forse si può dire riuscito solo per quanto riguarda "See It Like A Baby", mentre per il resto tuttos embra troppo vuoto e privo di sostanza ("Thankyou Whoever You Are", "Most Toys", "No Such Thing")


Canzoni migliori: Somewhere Else, The Last Century For Man
Canzoni peggiori: Thankyou Whoever You Are, Most Toys, A Voice From The Past, No Such Thing


Happiness Is the Road (2008) ***+
Forse più ambizioso che riuscito, è comunque un deciso passo in avanti rispetto al precedente. Un disco doppio piuttosto disomogeneo e poco compatto, con buone cose alternate ad altre meno risucite. Tra le cose migliori "This Train Is My Life", una ballata ad effetto nel loro stile, la title track (che nonostante la durata di 10 minuti alterna atmosfere eteree ad altre quasi hip hop), l'elettronica "The Man from the Planet Marzipan", la dolce "Wrapped Up in Time" o la conclusiva "Real Tears for Sale". Peccato per qualche riempitivo di troppo che finisce per abbassare un po' la qualità generale del disco che si mantiene comunque sul discreto. E' come se il gruppo non riesca a riproporre il suo potenziale al meglio, le idee di certo non mancano, anzi forse l'album è fin troppo pieno di spunti e generi diversi.

Canzoni migliori: This Train Is My Life, Wrapped Up in Time, Happiness Is the Road, The Man from the Planet Marzipan, Real Tears for Sale
Canzoni peggiori: A State of Mind, Throw Me Out, Half the World


Sounds That Can't Be Made (2012) ***1/2
Continua la risalita: il gruppo piano piano ricomincia a riorganizzare le idee e a riproporre il suo marchio di fabbrica, il prog. Rispetto ai due album precedenti c'è uno spazio maggiore riservato ai passaggi strumentali e in generale a tratti si respira un'aria "classica". I 17 minuti di "Gaza" risportano per atmosfere a pezzi come Invisible man: vari passaggi musicali si susseguono senza sosta e rendono l'ascolto tutt'altro che faticoso, anche Hogarth sembra in gran forma con una interpretazione sofferta e coinvolgente. Meno drammatiche ma ugualmente epiche la descrittiva Montréal (forse la più riuscita musicalmente dell'album) o la romantica "The Sky Above the Rain" che ricorda Neverland.
Peccato che tutti i pezzi non siano allo stesso livello, anzi un paio risultano quasi fuori posto ("Invisible Ink", "Lucky Man"). L'album pur risultando più che discreto, insomma, alterna dei capolavori a pezzi francamente superflui, un vero peccato, ma verrà il momento per il ritorno in grande stile.

Canzoni migliori: Gaza, Sounds That Can't Be Made, Montréal, The Sky Above the Rain
Canzoni peggiori: Invisible Ink, Lucky Man

sabato 22 aprile 2017

Retrospettiva Marillion - parte 3 (1997-2001)

Terza parte della retrospettiva dedicata al gruppo progressive rock britannico (leggi la seconda parte qui)

This Strange Engine (1997) ***
Per certi versi simile al precedente, ma con più riempitivi. Sostanzialmente il lavoro è da ricordare per la lunga suite omonima, che racchiude un po' il meglio di quanto i Marillion di Steve Hogarth possano offrire: testi intelligenti, ottima alchimia strumentale, il cantato appassionato del cantante. Insomma già da sola la title track vale l'album , ci sono però anche altre buone composizioni: la ballata "One Fine Day" o "Estonia" (ancora ispirata da un fatto di cronaca) col suo assolo centrale di balalaika, o la breve ma convincente "Memory of Water".

Purtroppo qualche brano un po' troppo leggerino ("80 Days" carina ma superflua) o poco riuscito ("Hope for the Future") finisce per abbassare un po' il livello qualitativo di un album che comunque risulta in generale dignitoso.

Canzoni migliori: This Strange Engine, Estonia, One fine Day
Canzoni peggiori: Hope for the Future


Radiation (1998) **-
Il gruppo cambia ancora le carte in tavola cercando di omologarsi ancora di più al rock dell'epoca, provando ad indurire leggermente il sound e di risultare meno pomposo e più "fresco". Il risultato purtroppo è un album piuttosto anonimo e molto lontano dalla migliore produzione del gruppo britannico. A differenza deilavori precedenti non c'è nessun pezzo davvero strepitoso, quelli migliori sono discreti, non di più. Si distinguono la ballata "These Chains" e "Three minute Boy", mentre "A Few Words for the Dead" con i suoi 10 minuti non risulta affatto disprezzabile ma forse un po' troppo "allungata".
Il resto è abbastanza mediocre rispetto agli standard della band, si sentono troppi scimmiottamenti a gruppi come i Radiohead che all'epoca andavano per la maggiore.

Canzoni migliori: These Chains, Three Minute Boy
Canzoni peggiori: Born to Run, Cathedral Wall, Costa del Slough


Marillion.com (1999) **1/2
Album simile al precedente, con una sostanziale differenza, la qualità generale dell'album è risollevata notevolmente da 2 brani finali davvero eccellenti e che lo fanno svettare di gran lunga sul predecessore. "Interior Lulu" è una suite di 15 minuti che riesce a non stancare e a stamparsi nella memoria grazie a delle sezioni ben costruite (il giro iniziale di basso di Peter Trewavas ad esempio) e ad un finale in crescendo davvero riuscito, la finale "House" è un inusuale pezzo jazz di 10 minuti che con le sue atmosfere rilassanti e il suo testo particolare risulta di ottimo livello.
Peccato che quello che venga prima non sia assolutamente all'altezza, a parte la bella "Go", che richiama alla mente i brani del passato, si salva "Tumble down the years", una bella e delicata ballata.
Pezzi come "A Legacy", "Enlightened" o "Built-in Bastard Radar" risultano invece noiosetti e inutili e finiscono per relegare l'album tra i meno riusciti della loro discografia.

Canzoni migliori: Go!, Interior Lulu, House
Canzoni peggiori: A Legacy, Enlightened, Built-in Bastard Radar


Anoraknophobia (2001) ***1/2
Dopo qualche passo falso i Marillion irrompono negli anni 2000 con un album sottovalutato ma pieno di buone cose. Più progressivo dei precedenti (basta guardare le durate dei pezzi) eppure più fresco e meno derivativo.
Forse la caratteristica migliore di questo lavoro è la compattezza, non ci sono brani davvero brutti, certo forse non ci sono nemmeno grandissimi capolavori, ma un paio di pezzi ci vanno davvero vicino: la lunga e pessimistica "This Is The 21st Century" è forse uno dei pezzi più riusciti degli ultimi 20 anni della band, "Quartz" alterna sfuriate elettriche a momenti di malinconia, "When I Meet God" ricorda certe cose di Brave, "Map Of The World" è una ballata riuscita.
I Marillion sono pronti per un nuovo capolavoro, basta aggiustare un po' il tiro.

Canzoni migliori: Quartz, When I Meet God, Map Of The World, This Is The 21st Century
Canzoni peggiori: The Fruit Of The Wild Rose