Visualizzazione post con etichetta Progressive Rock. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Progressive Rock. Mostra tutti i post

sabato 24 febbraio 2024

Steve Hackett - The Circus And The Nightwhale


Per tutti i musicisti ad un certo punto arriva il momento di guardarsi indietro e riflettere sull'intera carriera. Quel momento nel quale magari dopo anni di successi sei impantanato nel guano della sterilitá delle idee. Per Steve Hackett questo momento giunge invece in un momento di massima creativitá nel quale, messa da parte l'originalitá o innovatività, ha trovato una vena che gli ha permesso di sfornare album a getto continuo e di essere sempre contemporaneamente su un palco, molto più rispetto a 30/40 anni fa. Ma gli anni passano per tutti e, arrivato ormai da qualche settimana, alla soglia dei 74 anni, il tempo dei bilanci è ora giunto, il tempo nel quale ci si ritrova a ripercorre le tante tappe di una vita e una carriera fatta di alti e bassi ma degna di essere raccontata. E Steve con The Circus and the nightwhale fa esattamente questo: ci racconta sotto forma di concept album i momenti più importanti, scegliendo di narrarceli per mezzo di una allegoria: la storia di un giovane chiamato Travla e il suo rito di passaggio. 

Un concept quindi (e Hackett non ne componeva uno da tempo) ma non solo inteso come insieme di canzoni collegate da una trama unitaria. The circus and the nightwhale anche compositivamente è un'insieme di frammenti, di diapositive,  che ci mostrano spettri emozionali e musicali diversi. Abbandonata momentaneamente la recente fascinazione per la world music, Steve in questo caso attinge ai suoi amori musicali principali, i tanti generi apprezzati e suonati da lui nel corso degli anni: il pop, il blues, il jazz, l'hard rock, qualcosina di heavy e, naturalmente, il progressive rock. 

Si parte quindi con People Of The Smoke, il ricordo di una infanzia vissuta appena dopo la fine della guerra, in una Londra invasa dai fumi delle fabbriche in un quartiere operaio. Paradossalmente però è il brano più simile a quelli recenti, sembra quasi uscito da uno degli ultimi album, lascia quindi piuttosto interdetti. La brevissima e ottima The Passing Clouds dipinge pennellate vellutate, attraverso un assolo di chitarra emozionante che ci ricorda giornate passate ad ascoltare i miti dell'adolescenza, i musicisti che hanno forgiato l'amore per la musica e per uno strumento. 
Taking You Down cambia nuovamente lo scenario, col suo insistente riff heavy e la voce di Nad Sylvan filtrata e oscura, ci porta su sentieri paurosi, dove i timori dell'infanzia diventano demoni che ci porteremo dietro per il resto della vita. Se i fiati hanno il sapore dei King Crimson l'assolo al fulmicotone di Steve invece conduce il brano ancora su sonoritá più dure, anche se consuete. 

Found And Lost, al contrario, ci conduce in club dove è forte il profumo del fumo e del gin e, nel buio della sala, si odono note jazzate e delicate. E' il momento per Travla/Steve di "entrare nel ring" e mostrare agli altri di cosa é davvero capace: Enter The Ring è il pezzo più prog dell'album e quello che rimanda più fortemente al passato genesisiano del chitarrista. L'introduzione sta in mezzo tra Entangled e Set Your Compass del suo repertorio solista. Ma il pezzo in meno di 4 minuti riesce a regalarci sprazzi di buona parte del prog che fu, non solo di marca Genesis. Basti pensare al crescendo con flauto in evidenza alla Jethro Tull, o le successive voci che ricordano i vocalizzi degli Yes. Questo e molto altro in una composizione che fará piacere a coloro che apprezzano il lato più progressivo della musica di Hackett. 
Il successo, i riflettori, però ad un certo punto diventano una sorta di gabbia dorata dalla quale il protagonista vuole fuggire. E la successiva Get Me Out! ci parla di questa necessità di andar via, cercando nuove strade per non rimanere imprigionati (siamo in pratica nel momento in cui Steve lascia i Genesis). Le strofe dolci e apparentemente sognanti quindi vengono spazzate via da un riff ed un assolo che sta in mezzo tra il blues e l'hard rock, con la chitarra elettrica che spadroneggia. 
Un altro lato importante nella vita di Travla/Steve è l'amore, che il protagonista sembra trovare in una donna che, nel suo momento di massima fragilità, sembra capirlo perfettamente. Un rifugio e un porto sicuro dopo l'abbandono della grande notorietà. Ghost Moon And Living Love ci racconta queste sensazioni introducendocele con una voce femminile (Amanda Lehmann) settata su note alte, che ci conduce poi al pezzo vero e proprio: una semi-ballad impreziosita ancora una volta da un ottimo assolo all'elettrica. Ma si avverte già qualcosa di malinconico, come se qualcosa sia destinato ad accadere e a cambiare di nuovo radicalmente la vita del protagonista.




In Circo Inferno Travla/Steve sente di nuovo come una morsa e chiede aiuto, è come se si trovasse a girare vorticosamente cercando un appiglio nella persona amata. Le sonoritá sono ancora una volta dure, dirette, con riff secchi e veloci, preparandoci al sopraggiungere del crollo definitivo di tutte le illusioni. Il Breve strumentale Breakout irrompe allora ad alzare ulteriormente il volume e l'oscuritá nelle sonorità. Anche quell'unico appiglio appare vano (sono note le vicissitudini di Steve con l'ex moglie), tutto sembra sgretolarsi e il protagonista viene sbalzato via, come se si ritrovasse in mare aperto senza alcuna via di salvezza. All At Sea è la continuazione del pezzo precedente ed è anch'esso uno strumentale molto rarefatto, che ricorda vagamente The Waiting Room. A quel punto, Travla come un novello Pinocchio, vede sopraggiungere una balena (anche se nel romanzo originale, come sappiamo, si trattava di un pescecane) che si avvicina sempre di più, pronta ad inghiottirlo, con un incedere che musicalmente ricorda certi crescendo dei King Crimson. E' il momento più difficile per Travla/Steve, che sembra ormai senza via d'uscita. Siamo dentro Into The Nightwhale, un semi-strumentale, che si apre però nel finale ad una ritrovata speranza, con la voce di Steve che torna sul filo di lana, circondata da una sezione orchestrale che conduce ad un finale  di chitarra piuttosto rarefatto.

Questa nuova consapevolezza e volontà di lasciarsi il passato oscuro alle spalle viene espressa al meglio da Wherever You are, una ballata pop che rappresenta forse il momento più accessibile dell'album. La chiusura definitiva spetta però allo strumentale per chitarra acustica White Dove, che Steve aveva giá rilasciato in precedenza come brano bonus. La luce ha vinto l'oscurità e il protagonista può definitivamente ritrovare la voglia di vivere e la speranza, amare di nuovo giungendo con una nuova consapevolezza alla fine del suo viaggio. 

In definitiva The Circus And The Nightwhale è un album diverso dai precedenti, se non altro nella struttura e nelle intenzioni. Meno accessibile e più personale. E' come se Steve volesse ripescare da tutto il suo repertorio e volesse mettere un punto (speriamo e crediamo non definitivo). Un lavoro più frammentario concettualmente ma allo stesso tempo più omogeneo musicalmente, fatto di tante suggestioni e piccoli frammenti da ascoltare in una sola volta o al massimo due, per godere al meglio del suo potenziale. 

Voto 8

giovedì 30 luglio 2020

Pendragon - Love Over Fear


Con colpevolissimo ritardo mi accingo a recensire l'ultimo album dei Pendragon, uscito ormai circa 5 mesi fa. 5 mesi fa, quando eravamo nel bel mezzo di una tempesta (in realtà non ne siamo purtroppo ancora usciti), attanagliati dalla paura, dall'insicurezza, incapaci di capire un qualcosa piú grande di noi, che era arrivato all'improvviso a sconvolgere tutto e tutti e senza la benché minima intenzione di levare le tende, non subito. Mesi che hanno mostrato il meglio di noi ma anche purtroppo il peggio. E' la natura umana.
Un pò tutto questo sembra essere confluito anche, piú o meno esplicitamente o volutamente, in questo "Love Over Fear", che già dal titolo mostra le sue carte.

mercoledì 20 febbraio 2019

[TESTI E TRADUZIONI] Steve Hackett - At The Edge of Light

Come da tradizione pubblichiamo i testi e le traduzioni (ad opera di Napoleone Wilson) del nuovo album di Steve Hackett, At The Edge of Light. Se non avete ancora letto la recensione, correte a leggerla.

martedì 5 febbraio 2019

Steve Hackett - At The Edge of Light

Ci sono artisti che passata la sessantina si ritirano a vita privata, campando di rendita, ed altri (molti molti meno) che sembrano invecchiare come il vino buono. Magari l'originalità è ormai da tempo perduta, così come la giovinezza, ma lo spirito resta lo stesso. Hackett appartiene proprio a questa categoria: più passano gli anni e più prolifico sembra diventare. Se quindi tra Genesis Revisited 2 e Wolflight erano passati quasi 3 anni e tra quest'ultimo e The Night Siren giusto 2, il nuovo At The Edge Of Light è uscito appena 22 mesi dopo. Obblighi contrattuali si dirà, ma un artista come Hackett in realtà non ha più nulla da dimostrare e quindi può liberamente permettersi di fare quello che gli pare, anche perchè ormai da anni mantiene il suo seguito molto più grazie ai live che agli album da studio. Quest'ultimo lavoro infatti si inserisce nel solco dei precedenti, Steve sta ormai seguendo un percorso ben definito che mescola sapientemente la world music col prog e con spruzzate di blues/metal. Tutto questo si sposa con tematiche sociali quanto mai attuali e (paradossalmente per questi tempi bui) "controcorrente": la necessità di riscoprire il nostro lato più umano, di sentirci tutti uguali nella nostra diversità, di ricominciare a vedere la bellezza nel diverso come motivo di arricchimento culturale. Ne esce fuori un album non originalissimo, come prevedibile, ma ispirato, meno compatto del precedente ma con più picchi in positivo.

martedì 29 maggio 2018

ARENA - DOUBLE VISION (2018)

Sono passati già tre anni dall'album precedente (il discreto The Unquiet Sky) ed ecco che gli Arena rifanno capolino in questi giorni con un nuovo lavoro: Double Vision. Il titolo potrà sembrare già sentito ed in effetti lo è: è lo stesso di un brano pubblicato giusto 20 anni fa all'interno di The Visitor (ma a livello sonoro non ci sono somiglianze così marcate col brano in questione), album che in un certo sensò portò il gruppo verso lidi più "duri" e più commerciali rispetto a quelli degli esordi. Se infatti il gruppo di Mike Pointer, Clive Nolan e soci era nato come "risposta ai Marillion" in un periodo nel quale, orfani di Fish, questi ultimi cercavano un approccio più da "classifica" è altrettanto vero però che gli stessi Arena col passare del tempo appiattivano il loro sound infarcendolo di riff di facile presa e trasformando il loro new prog in un prog metal melodico tutt'altro che originale (laddove invece i Marilllion, al contrario, si riappropriavano di sonorità più cangianti e sfornavano lavori sempre più convincenti). E' proprio a quel The Visitor del 1998 che questo nuovo album vorrebbe ispirarsi (purtroppo non certo nella discutibile copertina) riuscendoci solo in parte, ma regalando comunque ottimi momenti.

L'intento è in effetti proprio quello di offrire un qualcosa che suoni simile agli ultimi album ma che in un certo senso suoni anche affine ai primi lavori della band. Questa "doppia visione" è evidente soprattutto nella differenza tra "struttura" del disco e sonorità effettive. Se infatti la prima abbandona i tanti brani di breve durata, abbracciando invece pezzi più lunghi ( solo 7) e addirittura una suite di ben 23 minuti di durata (la più lunga della carriera), dall'altra nel sound non si sente un cambiamento particolarmente incisivo, anzi a tratti le sonorità si fanno persino più pesanti e meno ariose rispetto a quelle dell'album precendente.
La partenza con "Zhivago Wolf" è abbastanza emblematica: inizio con riffone stile prog metal e voce, sviluppo più "classico", con un ritornello "facile" ma indovinato, che nel finale si fa più veloce e incalzante. Pezzo orecchiabile e in pieno stile Arena insomma con qualche sfuriata metal qua e là. Lo stesso inizialmente si potrebbe dire con il secondo pezzo,"The Mirror Lies", che sembra avere una struttura simile ma presente una maggiore varietà: il riffaccione è spezzato da parti acustiche e più delicate e anche il ritornello è orecchiabile ma più articolato. 

"Scars" parte con un intro acustica con chitarra e voce in evidenza per poi rivelarsi una semiballad sferzata comunque nella seconda parte da sonorità più potenti, resta comunque tra i pezzi più canonici dell'album, per quanto piacevole. Di durata simile è la seguente "Paradise of Thieves" ma in questo caso si torna a sonorità più prettamente prog metal che però sembrano sviluppate meglio, così come il crescendo che conduce al ritornello (ancora una volta poco originale ma ben costruito) quasi "pendragoniano" (con un Nolan meno in primo piano) anche grazie ad una chitarra che non si limita ad offire riff ma regala qualche breve assolo molto piacevole.
"Red Eyes" è tra i pezzi più lunghi dell'album e ancora una volta è aperta da un riffone chitarristico stavolta quasi hard rock ma le strofe risultano più ariose e in linea con un pezzo new prog. Nella seconda parte si fanno più presenti le tastiere ma l'andamento del pezzo rimane pressochè invariato. Con un ritornello migliore forse sarebbe stato uno dei pezzi migliori del disco. L'esatto opposto di "Poisoned", unica vera ballata e unico brano "acustico" dell'album: piacevolissima, orecchiabile, con un ritornello di facile presa.

E si arriva  così alla famigerata suite da quasi 23 minuti: "The Legend of Elijah Shade". I primi minuti sono quanto di più Marillioniano (quelli di Fish) possa esserci (ascoltate ad esempio la parte che comincia al quarto minuto): piano, cantato teatrale, chitarre acustiche, saliscendi umorale. Sembra insomma di essere tornati indietro nel tempo anche per il gruppo con sonorità che fanno tanto "Songs form the lion's cage". Al sesto minuto la suite si indurisce ma mantiene sonorità new prog assimilabili a quel citato "The Visitor", per poi dal minuto 14 tornare a spostarsi sui solidi lidi rocciosi e assimilabili a quelli degli altri brani (non prima di una breve digressione di Nolan all'organo). Gli ultimi minuti ci riportano invece a sonorità classiche e lontane nel tempo, con la chiusura epica che rimanda a quelle di Sirens (1996) e Solomon (1995), ma di durata inferiore. Un pezzo a tratti davvero evocativo e ben ideato, forse però poteva durare qualche minuto meno.

Double Vision è insomma come detto un prodotto ambivalente: da un lato si sforza di riproporre una struttura e alcune caratteristiche abbandonate nel corso degli anni dal gruppo, dall'altra parte però questo si scontra con sonorità troppo simili agli ultimi (non eccezionali se paragonati ai primi) album, anzi a tratti enfatizzando ancora di più l'adagiarsi sul riff facilotto che appiattisce i pezzi. 
In definitiva se amate gli Arena ci troverete le consuete sonorità orecchiabili ed epiche, perfino qualche bella sorpresa qua e là, se invece cercate la rinascita sonora del gruppo o il miglior album della loro discografia potreste restare delusi

Voto 7

mercoledì 24 maggio 2017

Galahad - Quiet Storms (2017)

I Galahad sono un gruppo strano. Appartenenti al neo prog, non hanno fatto parte però della "prima ondata", quella più famosa e che vide la fortuna di gruppi come Marillion, Iq, Pallas e Pendragon. Arrivati più tardi, come gli Arena, non avevano però come loro la forza di musicisti navigati e provenienti da esperienze di successo. Il nome del gruppo non era il massimo dell'originalità e i primi album risultavano derivativi e pieni di scimmiottamenti ai Marillion. Pure il cantante Stuart Nicholson era tutto meno che appariscente e la produzione dei primi album era particolarmente pessima. Una ciofeca di gruppo insomma? No.

domenica 30 aprile 2017

Big Big Train - Grimspound (2017)

I Big Big Train sono un gruppo inglese. Nel loro caso definirli tali però non è semplicemente un modo per indicare la provenienza dei suoi componenti, loro sono "musicalmente" inglesi. Ascoltare uno dei loro dischi è come immergersi letteralmente nelle terre d'Albione, respirarne i profumi, trovarsi in quei luoghi, viaggiare con la mente. Anche i testi aiutano a questa "immersione", dipingendo paesaggi e sfondi tra il solare e il nostalgico.
Grimspound, sfornato appena ad un anno di distanza dal precedente Folklore, non è che l'ultimo tassello di questa epopea britannica e si conferma sui buoni livelli dei dschi precedenti.

domenica 23 aprile 2017

Retrospettiva Marillion - parte 4 (2004-2012)

Quarta, e ultima, parte della retrospettiva dedicata al gruppo progressive rock britannico (leggi la terza parte qui)

Marbles (2004) ****+
Uscito in due versioni (una in cd singolo e una in doppio cd) può essere considerato una specie di Brave degli anni 2000. Meno pessimista e crudo, non un vero e proprio concept album, ma con pezzi che si fondono bene tra loro e creno atmosfere magiche come solo i Marillion sanno fare. I quasi 14 minuti dell'iniziale The Invisible Man (un'amara riflessione sul post 11 settembre) mettono subito in chiaro le cose: Marbles è uno dei migliori lavori del gruppo. Lo confermano pezzi jazzati e dilatati come Angelina o la lunga e romantica Neverland. Abbiamo addirittura una specie di Out of this world 2.0: l'evocativa Ocean Cloud con i suoi 18 minuti di saliscendi. Ci sono anche pezzi più leggeri ma ugualmente riusciti ("Don't Hurt Yourself", che farà tornare il gruppo in classifica, o "You're Gone" che rimanda agli U2  e forse un paio di pezzi non esattamenti riusciti come previsto ("The Damage", "Drilling Holes"), ma si tratta di un album davvero riuscito e tra i migliori della loro discografia.

Canzoni migliori: Invisible Man, Ocean Cloud, Angelina, Don't Hurt Yourself, Neverland
Canzoni peggiori: The damage, Drilling Holes


Somewhere Else (2007) **
Il gruppo si avvale di un nuovo produttore, Michael Hunter, e sceglie di sfornare un lavoro più "leggero", immediato, con pezzi più pop ma che purtroppo risultano poco ispirati. A parte la title track (che ricorda i brani del passato passato) e pezzi comunque interessanti come "The Last Century For Man" il resto appare piuttosto anonimo e perfino noioso ("A Voice From The Past"). Il tentativo di comporre pezzi radiofonici forse si può dire riuscito solo per quanto riguarda "See It Like A Baby", mentre per il resto tuttos embra troppo vuoto e privo di sostanza ("Thankyou Whoever You Are", "Most Toys", "No Such Thing")


Canzoni migliori: Somewhere Else, The Last Century For Man
Canzoni peggiori: Thankyou Whoever You Are, Most Toys, A Voice From The Past, No Such Thing


Happiness Is the Road (2008) ***+
Forse più ambizioso che riuscito, è comunque un deciso passo in avanti rispetto al precedente. Un disco doppio piuttosto disomogeneo e poco compatto, con buone cose alternate ad altre meno risucite. Tra le cose migliori "This Train Is My Life", una ballata ad effetto nel loro stile, la title track (che nonostante la durata di 10 minuti alterna atmosfere eteree ad altre quasi hip hop), l'elettronica "The Man from the Planet Marzipan", la dolce "Wrapped Up in Time" o la conclusiva "Real Tears for Sale". Peccato per qualche riempitivo di troppo che finisce per abbassare un po' la qualità generale del disco che si mantiene comunque sul discreto. E' come se il gruppo non riesca a riproporre il suo potenziale al meglio, le idee di certo non mancano, anzi forse l'album è fin troppo pieno di spunti e generi diversi.

Canzoni migliori: This Train Is My Life, Wrapped Up in Time, Happiness Is the Road, The Man from the Planet Marzipan, Real Tears for Sale
Canzoni peggiori: A State of Mind, Throw Me Out, Half the World


Sounds That Can't Be Made (2012) ***1/2
Continua la risalita: il gruppo piano piano ricomincia a riorganizzare le idee e a riproporre il suo marchio di fabbrica, il prog. Rispetto ai due album precedenti c'è uno spazio maggiore riservato ai passaggi strumentali e in generale a tratti si respira un'aria "classica". I 17 minuti di "Gaza" risportano per atmosfere a pezzi come Invisible man: vari passaggi musicali si susseguono senza sosta e rendono l'ascolto tutt'altro che faticoso, anche Hogarth sembra in gran forma con una interpretazione sofferta e coinvolgente. Meno drammatiche ma ugualmente epiche la descrittiva Montréal (forse la più riuscita musicalmente dell'album) o la romantica "The Sky Above the Rain" che ricorda Neverland.
Peccato che tutti i pezzi non siano allo stesso livello, anzi un paio risultano quasi fuori posto ("Invisible Ink", "Lucky Man"). L'album pur risultando più che discreto, insomma, alterna dei capolavori a pezzi francamente superflui, un vero peccato, ma verrà il momento per il ritorno in grande stile.

Canzoni migliori: Gaza, Sounds That Can't Be Made, Montréal, The Sky Above the Rain
Canzoni peggiori: Invisible Ink, Lucky Man

sabato 22 aprile 2017

Retrospettiva Marillion - parte 3 (1997-2001)

Terza parte della retrospettiva dedicata al gruppo progressive rock britannico (leggi la seconda parte qui)

This Strange Engine (1997) ***
Per certi versi simile al precedente, ma con più riempitivi. Sostanzialmente il lavoro è da ricordare per la lunga suite omonima, che racchiude un po' il meglio di quanto i Marillion di Steve Hogarth possano offrire: testi intelligenti, ottima alchimia strumentale, il cantato appassionato del cantante. Insomma già da sola la title track vale l'album , ci sono però anche altre buone composizioni: la ballata "One Fine Day" o "Estonia" (ancora ispirata da un fatto di cronaca) col suo assolo centrale di balalaika, o la breve ma convincente "Memory of Water".

Purtroppo qualche brano un po' troppo leggerino ("80 Days" carina ma superflua) o poco riuscito ("Hope for the Future") finisce per abbassare un po' il livello qualitativo di un album che comunque risulta in generale dignitoso.

Canzoni migliori: This Strange Engine, Estonia, One fine Day
Canzoni peggiori: Hope for the Future


Radiation (1998) **-
Il gruppo cambia ancora le carte in tavola cercando di omologarsi ancora di più al rock dell'epoca, provando ad indurire leggermente il sound e di risultare meno pomposo e più "fresco". Il risultato purtroppo è un album piuttosto anonimo e molto lontano dalla migliore produzione del gruppo britannico. A differenza deilavori precedenti non c'è nessun pezzo davvero strepitoso, quelli migliori sono discreti, non di più. Si distinguono la ballata "These Chains" e "Three minute Boy", mentre "A Few Words for the Dead" con i suoi 10 minuti non risulta affatto disprezzabile ma forse un po' troppo "allungata".
Il resto è abbastanza mediocre rispetto agli standard della band, si sentono troppi scimmiottamenti a gruppi come i Radiohead che all'epoca andavano per la maggiore.

Canzoni migliori: These Chains, Three Minute Boy
Canzoni peggiori: Born to Run, Cathedral Wall, Costa del Slough


Marillion.com (1999) **1/2
Album simile al precedente, con una sostanziale differenza, la qualità generale dell'album è risollevata notevolmente da 2 brani finali davvero eccellenti e che lo fanno svettare di gran lunga sul predecessore. "Interior Lulu" è una suite di 15 minuti che riesce a non stancare e a stamparsi nella memoria grazie a delle sezioni ben costruite (il giro iniziale di basso di Peter Trewavas ad esempio) e ad un finale in crescendo davvero riuscito, la finale "House" è un inusuale pezzo jazz di 10 minuti che con le sue atmosfere rilassanti e il suo testo particolare risulta di ottimo livello.
Peccato che quello che venga prima non sia assolutamente all'altezza, a parte la bella "Go", che richiama alla mente i brani del passato, si salva "Tumble down the years", una bella e delicata ballata.
Pezzi come "A Legacy", "Enlightened" o "Built-in Bastard Radar" risultano invece noiosetti e inutili e finiscono per relegare l'album tra i meno riusciti della loro discografia.

Canzoni migliori: Go!, Interior Lulu, House
Canzoni peggiori: A Legacy, Enlightened, Built-in Bastard Radar


Anoraknophobia (2001) ***1/2
Dopo qualche passo falso i Marillion irrompono negli anni 2000 con un album sottovalutato ma pieno di buone cose. Più progressivo dei precedenti (basta guardare le durate dei pezzi) eppure più fresco e meno derivativo.
Forse la caratteristica migliore di questo lavoro è la compattezza, non ci sono brani davvero brutti, certo forse non ci sono nemmeno grandissimi capolavori, ma un paio di pezzi ci vanno davvero vicino: la lunga e pessimistica "This Is The 21st Century" è forse uno dei pezzi più riusciti degli ultimi 20 anni della band, "Quartz" alterna sfuriate elettriche a momenti di malinconia, "When I Meet God" ricorda certe cose di Brave, "Map Of The World" è una ballata riuscita.
I Marillion sono pronti per un nuovo capolavoro, basta aggiustare un po' il tiro.

Canzoni migliori: Quartz, When I Meet God, Map Of The World, This Is The 21st Century
Canzoni peggiori: The Fruit Of The Wild Rose

venerdì 21 aprile 2017

Retrospettiva Marillion - parte 2 (1989-95)

Seconda parte della retrospettiva dedicata al gruppo progressive rock britannico (leggi parte 1)

Seasons End (1989) ****
Dovendo scegliere il sostituto di Fish la band adotta una mossa coraggiosa (influenzata molto probabilmente anche dal sentimento ancora presente nei confronti del cantante scozzese): taglio netto col passato, voce completamente diversa e anche presenza scenica completamente diversa (dai 2 metri di Fish al metro e settanta del suo rimpiazzo). Steve Hogarth prima di approdare ai Marillion aveva fatto parte di alcuni gruppi new wave dell'epoca che avevano ottenuto uno scarso successo, ricoprendo principalmente il ruolo di tastierista. Probabilmente l'unico punto di contatto col gruppo (tra le sue infliuenze anche Bowie, Jonie Mitchell, John Lennon...) è Peter Gabriel, con la differenza sostanziale che il Gabriel apprezzato da Hogarth non è quello dei primi Genesis ma quello (diversissimo) solista.

giovedì 20 aprile 2017

Retrospettiva Marillion - parte 1 (1983-87)

A distanza di qualche mese dall'uscita dell'ultimo album una retrospettiva dedicata al gruppo neo progressive britannico

Script for a Jester's tear (1983) ****1/2
Il punk aveva ormai spazzato via quasi del tutto le velleità progressive ed era stato spazzato via a sua volta dalla new wave. I Marillion, insieme ad un manipolo di band guidate dallo stesso spirito, cercano di far rivivere il mito del prog rock, aggiornandolo e contaminandolo con il sound "anni 80'" seguendo la linea tracciata dai Genesis con Duke.
Grazie anche alla voce del frontman (uno spilungone scozzese che si fa chiamare Fish) molto simile a quella di Peter Gabriel, i Marillion esordiscono con un disco che ha tantissimi punti di contatto con i Genesis tanto che in molti si affrettano a definirli niente più che un "gruppo clone".

domenica 2 aprile 2017

Steve Hackett - The Night Siren [TESTI E TRADUZIONI]

Dopo la recensione del nuovo album di Steve Hackett uscito il 24 Marzo scorso (2017) - The Night Sirens -  e confezionata certosinamente dal nostro mitico Napoleone Wilson (se non l'avete letta correte a leggerla qui) continuiamo la tradizione con le... traduzioni.

giovedì 30 marzo 2017

Steve Hackett - THE NIGHT SIREN

Viviamo tempi difficili: odio, guerre (ideologiche o reali), muri, incapacita' di comunicare con gli altri...Il mondo sembra sul punto di un cambiamento epocale che portera' a ripercussioni difficilmente prevedibili. In questo clima di incertezza e' normale che anche la musica finisca per restarci intrappolata ed esserne influenzata, a maggior ragione se si tratta di artisti sensibili e con molte cose da dire. Uno di questi e' sicuramente Steve Hackett, che alla bellezza di sessantasette primavere se ne esce con un album coraggioso, particolare, che non ha paura di affrontare temi scomodi. The Night Siren, questo il titolo, una sirena che risuona nella notte per risvegliare le coscienze e chiederci di smuoverci e di fare attenzione a tutto quello che sta accadendo in questi tempi.

martedì 27 settembre 2016

Marillion - F.E.A.R.

Di solito, dopo aver ascoltato per la prima volta un album dei Marillion (con Steve Hogarth, quelli con Fish li ho adorati fin dal primo ascolto tutti e 4) ho tre tipi di reazione:

- non è un granchè ma ci sono un paio di perle
- non un capolavoro ma è gradevole e contiene buone cose
- al primo ascolto mi sembra piuttosto particolare e ancora non mi dice nulla di definitivo sia in positivo che in negativo.

giovedì 2 giugno 2016

Big Big Train - Folklore (2016)

All'attivo già da diversi anni e dopo una serie di primi lavori gradevoli ma poco entusiasmati, con l'arrivo di David Longdon alla voce i Big Big Train fecero un deciso passo in avanti. Il loro prog infatti negli ultimi lavori è certamente "orecchiabile" ma allo stesso tempo dispone di diverse increspature e citazioni che lo rendono difficilmente omologabile. Se aluni spunti (e la voce di Logdon) possono far pensare direttamente al neo prog dei Marillion con Steve Hogarth, in realtà si sente tantissimo anche il gusto di gruppi più "classici": non solo i Genesis ma soprattutto i King Crimson più sinfonici e gli Yes. In pratica quindi ci troviamo di fronte ad un gruppo assimilabile tanto al neo prog quanto al prog sinfonico degli anni '70.

sabato 23 aprile 2016

Huis - NEITHER IN HEAVEN

Nati da una costola dei Mistery (il chitarrista Michel St-Père), i canadesi Huis pubblicano in questi giorni il loro secondo album, Neither In Heaven.
Rispetto ai Mistery, nel primo album si fecero notare per un sound (sebbene sempre assimilabile al neo prog) meno potente e "rusheggiante" e più simile invece a certe cose degli ultimi Arena, paragone enfatizzato dalla voce di Sylvain Descôteaux molto simile a tratti a una specie di Paul Manzi con l'accento francese.

sabato 12 marzo 2016

Keith Emerson (1944-2016)


Quando pensi al tastierista rock per eccellenza non può non venirti in mente un nome:Keith Emerson. Magari affiancato ad un Tony Banks, un Rick Wakeman e qualche altro, magari poi in fondo molti finiscono per nominarlo con malcelata "convenzione", magari ridimensioni la portata storica di alcune sue composizioni, ma non puoi non citarlo.

giovedì 18 giugno 2015

Retrospettiva Steve Hackett - parte 3 (1994-2006)

Terza e ultima parte della retospettiva dedicata al chitarrista inglese (Vedi <1> e <2>)


Blues with a feeling ** (1994)
Dopo tanti lavori rock e classici Steve decide di comporre un album tutto dedicato al suo amore per il blues. Il risultato purtroppo non è quello sperato: i brani sembrano piatti, mancano appunto di feeling, finiscono per annoiare. A parte qualche ibrido come "Big Dallas Sky" o "A Blue Part of Town", i pezzi più propriamente blues risultano banali e strasentiti.
Qualche guizzo lo riservano la rabbiosa "Solid Ground" o "Tombstone Roller" che se non altro è piuttosto varia, in generale però ci troviamo di fronte ad uno dei peggiori lavori della carriera solista del chitarrista.

Canzoni migliori: Big Dallas Sky, A Blue Part of Town
Canzoni peggiori: The Stumble, Love of Another Kind, Way Down South, The 13th Floor, So Many Roads


mercoledì 17 giugno 2015

Retrospettiva Steve Hackett - parte 2 (1981-1993)

Seconda parte dedicata alla retrospettiva del chitarrista inglese (vedi 1a parte)


Cured (1981) **
Il gruppo di supporto viene sciolto e restano soltanto Hackett assieme al fratello e al fido Nick Magnus alle tastiere. Cured risulta un album semplice, immediato, fatto in casa, composto da brevi brani pop piacevoli e poco più. Un deciso passo falso rispetto ai lavori precedenti, anche se qualche cosa di apprezzabile c'è, a cominciare dall'oscura "The Air-Conditioned Nightmare" (che resterà sempre presente nella scaletta di Steve e risulterà uno dei suoi strumentali più apprezzati). Anche "Overnight Sleeper" risulta affascinante col suo cantato quasi alla Cure, così come la spensierata "Hope I Don't Wake". Il resto risulta abbastanza mediocre e non in linea con il recente passato del musicista. Hackett si accolla tutte le parti vocali (come da adesso in avanti, a parte rare eccezioni) e il risultato è piuttosto discutibile.

Canzoni migliori: The Air-Conditioned Nightmare, Overnight Sleeper
Canzoni peggiori: Turn Back Time, Can't Let Go, Picture Postcard

martedì 16 giugno 2015

Retrospettiva Steve Hackett - parte 1 (1975-1980)

Quest'anno ricorre il quarantennale di Voyage of the Acolyte, primo album della discografia di Steve Hackett. Un occasione per ripercorrere le tappe della lunga carriera solista dell'ex chitarrista dei Genesis, spesso un po' sottovalutata.


Voyage of the Acolyte (1975) *****
Il primo album da solista di Hackett in realtà può essere quasi considerato un disco "parallelo" dei Genesis. Le sonorità sono molto simili a quelle che ascolteremo nei due dischi successivi del gruppo e, soprattutto, tra i musicisti figurano Phil Collins alla batteria e alla voce e Mike Rutherford al basso (che compone anche a 4 mani col chitarrista "Shadow of the Hierophant"). In pratica Voyage of the Acolyte suona come sarebbero potuti suonare i Genesis senza Tony Banks, risultando sorprendentemente un disco meraviglioso (Banks rappresenta nella storia dei Genesis il vero punto cardine, apparentemente imprescindibile).
Inutile citare un brano sugli altri visto che il disco non ha punti deboli: dalla lunga e crimsoniana Shadow of the Hierophant (con un crescendo che trasforma il brano da pastorale a quasi hard prog) che vede alla voce Sally Oldfield (sorella del più noto Mike), "Star of sirius" con i suoi saliscendi (cantata da Collins), la pastorale "The hermit", il sognante strumentale "Hands of the Priestess" diviso in due parti. Forse il pezzo più famoso del disco però finirà per essere la "Ace of Wands", uno strumentale pieno di cambiamenti di ritmo e d'atmosfera, che mette in luce tutte le qualità del chitarrista.

Canzoni migliori: tutte
Canzoni peggiori: nessuna