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giovedì 30 luglio 2020

Pendragon - Love Over Fear


Con colpevolissimo ritardo mi accingo a recensire l'ultimo album dei Pendragon, uscito ormai circa 5 mesi fa. 5 mesi fa, quando eravamo nel bel mezzo di una tempesta (in realtà non ne siamo purtroppo ancora usciti), attanagliati dalla paura, dall'insicurezza, incapaci di capire un qualcosa piú grande di noi, che era arrivato all'improvviso a sconvolgere tutto e tutti e senza la benché minima intenzione di levare le tende, non subito. Mesi che hanno mostrato il meglio di noi ma anche purtroppo il peggio. E' la natura umana.
Un pò tutto questo sembra essere confluito anche, piú o meno esplicitamente o volutamente, in questo "Love Over Fear", che già dal titolo mostra le sue carte.

sabato 10 giugno 2017

METAL GEAR SOLID V: THE PHANTOM PAIN - Konami (2015) - L'apoteosi del capolavoro difettoso

La saga di Metal Gear Solid e' sempre stata piena di epicità  e pretenziosita' (i primi due capitoli su MSX erano dei buoni giochi per l'epoca ma ancora lontani dalla mastodonticità di quello che seguirà). Fin dal primo atto in 3D, arrivato anni fa sulle prime playstation, si definiva come l'opera stealth definitiva, la piu' cinematografica, la piu' stilosa, la piu' contorta a livello di trama. Il suo ideatore, Hideo Kojima, e' sempre stato un fan della scena ad effetto, della citazione (anche grossolana), dell'easter egg piazzato al momento giusto, dell'opulenza videoludica. Metal Gear Solid e' una saga che non si e' mai vergognata di offrire trame sempre in bilico tra il grottesco e il geniale, tra l'assurdo e il poetico, un opera di fantascienza a tutto tondo mascherata dietro epopea guerresca.

sabato 8 aprile 2017

L'ultimo momento di gloria di Nathan Drake - UNCHARTED 4 - Naughty Dog - (2016)

Uncharted e' sempre stata la saga di videogiochi scanzonata per eccellenza. Il protagonista, Nathan Drake, e' il prototipo dell'avventuriero a caccia di tesori che continua a far battutine e non si prende mai sul serio, un ragazzo che va sempre in cerca del pericolo e che in fondo ha paura di "diventare grande". Tutti pero' prima o poi devono fermarsi, prendersi una pausa, crescere.
Uncharted 4 e' in fondo questo: una svolta, la svolta definitiva, non tanto dal punto di vista del gameplay (le meccaniche sono quelle rodate dei capitoli precedenti) o della grafica ma dal punto di vista della trama e del suo protagonista. Si nota fin subito il fatto che, rispetto ai capitoli precedenti, si è data molta più importanza all'approfondimento psicologico e al contrasto tra la nostalgia per il passato e il bisogno di chiudere un cerchio e cominciare qualcosa di totalmente diverso. Nathan si e' sposato, ha un lavoro "onesto", cerca di tenersi fuori dalle "avventure" ma quel suo spirito d'avventura e' sempre presente, come un prurito che non va mai via, il desiderio di restare bambini e continuare a sognare (come ci hanno insegnato film come Goonies).

venerdì 13 dicembre 2013

LO HOBBIT (La desolazione di Smaug) – di Peter Jackson [doppia recensione]

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di Napoleone Wilson
di Snake Plissken
Il secondo capitolo della "nuova" trilogia di Jackson era attesa da tutti al varco, è sicuramente il film più rischioso in assoluto di tutta l'esalogia e quello sul quale sarebbe piombato il compito più gravoso in assoluto: non far rimpiangere la magnificenza della prima trilogia, cercare di tenere fede al libro e non scontentare i fan (già infastiditi per l'allungamento del brodo in merito alla trama) e dare la spinta decisiva a tutta l'operazione dopo un primo film si interessante ma comuque sia introduttivo.
Se "Un viaggio inaspettato" soffriva di necessarie lungaggini e di alcune scene fuori posto ma in sostanza restava abbastanza fedele allo spunto di partenza, in questo caso Jackson intinge il film di riferimenti a Appendici e Racconti incompiuti, allunga di qua e di là, inventa personaggi di sana pianta.
Il tentativo di regalarci un film ancora più dark ed epico a volte si scontra troppo nettamente con la natura da fiaba del racconto originario, ecco quindi che personaggi come l'elfo Tauriel e la sua "cotta" per il nano risultano posticce, troppo staccate dal resto, sovrapposte. Se in un film come Il signore degli Anelli tutto risultava coerente (L'amore tra Aragorn e Arwen) qui invece non appassiona, non coinvolge, non trasmette carica "drammatica". La stessa cosa si può dire ad esempio delle scene che hanno per protagonista Legolas, risultano staccate dal resto e, per quando alcune scene siano decisamente godibili, il suo surf (ormai marchio di fabbrica del personaggio reinventato dal regista) rischia di far naufragare il tutto.
Per foruna Jackson non è un novellino, il suo lavoro lo sa fare e da quella che in altri casi è una pecca riesce anche a trarre fuori alcune cose che arricchiscono invece che destabilizzare.
Attingendo a piene mani da altre fonti (le già citate Appendici) arricchisce i personaggi, gioca molto di più sulle assonanze tra  "Il signore degli anelli" e "Lo hobbit" (cosa che ovviamente Tolkien non fece avendo scritto prima l'avventura di Bilbo).
Si prenda ad esempio un personaggio come Bard, nel romanzo si personaggio "principale" (soprattutto nella parte finale) ma non caratterizzato in maniera perfetta, in questo caso invece si dona alla sua figura tutto uno sfondo e un contesto più approfondito.
Insomma nella prima parte del film c'è questo continuo scontro tra ottime reinterpretazioni del racconto originario e aggiunge che risultano fuori luogo, in un'alternanza tra momenti epici e pieni d'azione ed altri un po' più introspettivi che funzionano molto meno (non essendoci nella favola di Tolkien).
Quando il film entra nel vivo però il tutto viene spazzato via, dalle ali del terribile drago Smaug. Non c'è più tempo per l'introspezione, per le lungaggini, il tutto arriva al culmine e non potrebbe essere più riuscito. Effetti speciali magnifici, un incontro/scontro con il villain della saga che è una delle cose migliori partorite da Jackson fin dal Signore degli Anelli.
Se nel primo film avevamo un andamente simile, il tutto si concludeva con il ritorno di un personaggio a noi "caro", Gollum, che però nell'economia di questa seconda saga è pur sempre un personaggio secondario, una digressione, un qualcosa che Jackson trasformava da "semplice antagonista" (per Tolkien all'epoca Gollum valeva quanto un nemico un po' più particolare, un personaggio misterioso, ma non fondamentale) a personaggio catalizzate.
Smaug invece è il male, è lui la minaccia che rende possibile tutta l'operazione e si vede. Gli ultimi 40 minuti sono una goduria per gli occhi e per le orecchie, ci si dimentica del tutto delle lungaggini e della trama piuttosto esile, il Drago si appropria del film e ne diventa simbolo, regalandoci uno dei "cattivi" meglio riusciti degli ultimi anni.
Gli effetti speciali in questo caso "esplodono" e Jackson ci regala delle finezze che ne confermano il talento. Se infatti la fuga con i barili o le scene con i ragni sono girate magnificamente, tutta la parte dedicata allo "sputafuoco" regala momenti di Patos fino ad allora mai raggiunti.

Il finale ci lascia di sasso, increduli e stupidi, qualcuno si lamenta, ne vorremmo di più, ci toccherà aspettare mentre quell'ultima minacciosa frase continua a risuonare nelle nostre orecchie.
C'è un vecchio stregone vicino al botteghino, con una folta e lunga barba bianca, una tunica color giallo pergamena e un bastone intagliato dal legno di chissà quale remoto bosco. Ti guarda fisso mentre ti avvicini, allunga la sua mano per porgerti qualcosa, una pergamena o solo un foglio di carta... o forse è solo un tizio vestito da stregone, mandato lì per pubblicizzare un locale per n.e.r.d. Lo Hobbit è anche questo.
Torna la saga Fantasy partorita dalla geniale mente di J.R.R. Tolkien. Torna la storia di Bilbo, l'hobbit della contea e dei suoi amici nani, partiti "un anno fa" per un fantastico viaggio attraverso le terre selvagge, per riconquistare un antico e inestimabile tesoro, sorvegliato da un drago. Tornano le schiere di fan che il mondo ha generato, i n.e.r.d. e i giochi di ruolo. Torna la stessa curiosità di un anno fà: riuscirà Peter Jackson a riprodurre al meglio tale universo? Saprà gestire la passione di ognuno di noi senza rovinare l'incanto? Mai come questa volta la domanda calzava a pennello, perché dalle anteprime già si annunciava come il film che avrebbe più diviso i puristi, poiché quello meno fedele alla storia. Ed in verità, in parte lo è stato.
D'altronde, come più volte detto, era inevitabile non trasformare un libro singolo, in tre film (lunghi circa tre ore l'uno) senza allungare un po' il brodo. Diciamo che questo è il capitolo in cui, il regista neozelandese, ha voluto più mettere un'impronta personale, cosa che ad esempio non si era vista (più di tanto) né nel primo capitolo, né nella trilogia sul Signore Degli Anelli, là dove, avendo più materiale su cui lavorare, ha dovuto addirittura omettere qualcosina. Peter doveva dunque entrare per forza coi piedi nella trappola e sperare di non scontentarne molti. Ci sarà riuscito? A mio parere se le cavata più che bene.
Avevamo lasciato Bilbo, Gandalf e i sui amici nani sulla montagna delle aquile, con lo sguardo verso la montagna solitaria, alla vista così vicina e piccola eppure così lontana e grande. Nelle sue immense caverne, scavate nella roccia dall'abile piccone nanico, ricoperto dall'oro dei nani, dorme il mastodontico drago Smaug. Anche se son passati ormai molti anni dall'ultima volta che li ha aperti, pare che non debba tenere i suoi occhi chiusi ancora per molto. Per potere affrontare il drago i nostri amici dovranno però superare pericoli non meno spaventosi, fino a giungere appunto nella desolazione che si estende ai sui piedi.
Conosceremo personaggi fondamentali per la storia ed in particolare si vedrà come l'essere un prequel (a differenza del libro) influenzerà anche il risalto che verrà dato al potere dell'anello. Vedremo come gli elfi non siano poi i santi che conosciamo, intravedremo il loro lato oscuro. Capiremo quanto i nani siano "attaccati alla lira" e quanto gli uomini al potere. Oltre ad avere scene inedite ed aggiunte, in confronto a quanto presente sul libro.
Già, la parte aggiunta, guarda caso anche la parte più stonata del film. Un'interferenza di segnale su una sinfonia da capolavoro. Non è che poi, anche se fosse stata sviluppata meglio, non avrebbe fatto lo stesso storcere un po' di nasi della old school. Il regista infatti ha fatto ciò che era più ovvio fare, in una storia in cui non ve n'era traccia. Allora ti dici: ecco perché tra i nani ve ne è uno più belloccio degli altri, ora ho capito! Sto parlando della classica storia d'amore. Una sorta di Montecchi e Capuleti sui generis. Per carità nulla in contrario coi matrimoni multietnici, ma più che altro con lo sviluppo dell'elemento, che appare un po' appiccicato e frettoloso.
Comunque sia il danno pare minimo, perché il resto merita e parecchio. Fino all'incontro col drago, il momento più epico e spettacolare. Con dettagli incredibilmente realistici e un'azione mai vista, grazie al grande numero di frame utilizzati. 
La desolazione di Smaug è un crescendo visionario, più movimentato e maestoso del precedente un viaggio inaspettato, che tiene incollato alla poltrona dall'inizio alla fine senza veri momenti morti. Jackson ha trasformato il libro in un opera cinematografica pura, in cui la magnificenza delle immagini visive fa chiudere un occhio sulla parte più ammiccante e commercialotta, parte inevitabile in un film che voglia attirare un grosso quantitativo di gente.






voto 9

mercoledì 4 settembre 2013

Far Cry 3 - Blood dragon

TU SEI IL MALE, IO SONO LA CURA
Non si esce vivi dagli anni '80 cantavano gli Afterhours, e chi è nato tra gli anni 70' e i primissimi anni 80' lo sa: c'è quel misto di repulsione e di nostalgia in cui si rimane invischiati e ci si ammala di citazionismo.
Ed ecco allora che se in un film nuovo troviamo qualcosa che rimanda agli anni '80 ci esaltiamo (ad esempio Drive), se un nuovo gruppo anziché tentare la via delle discoteche si da ai tastieroni non possiamo fare a meno di ascoltarlo, se un videogame cita in qualche modo quelli di almeno 25 anni fa dobbiamo giocarlo.

martedì 17 maggio 2011

Bioshock – 2K Games

Ci sono giochi che pur appartenendo ad un genere che ami finiscono per deluderti (Forbidden siren, ad esempio, osannato da tutti, ma a tratti ingiocabile, e pieno di magagne) e altri che trovi meravigliosi, pur facendo parte di un genere videoludico che proprio non ti va giù. Gli FPS non mi sono mai piaciuti, a tratti li trovo addirittura odiosi per vari motivi:
- la visuale in soggettiva, soprattutto quando devi muoverti velocemente, dopo pochi minuti mi dà la nausea
- le campagne in singolo durano meno di un vantaggio della Juve di quest'anno
- il multiplayer è bazzicato da simpaticoni che utilizzano trucchi, fanatici del "posto fisso" (mi metto qui e chiunque passi è morto), super smanettoni che ti killano a ripetizione senza farti nemmeno capire come hanno fatto...
- Sono quasi tutti uguali, con la grafica pompata e la sceneggiatura di un cartone animato di Topo Gigio (a parte ovvie eccezioni)
Ecco perchè cerco sempre di tenermi alla larga da tali giochi, e ultimamente per avvicinarmi al genere vado a pescare quei capolavori ibridi, ai limiti del Gdr (genere anche lui che non mi fa impazzire, ma che se ben gestito sa dare soddisfazioni) o dell'avventura, dove gran parte del tempo lo passi a cercare di capirci qualcosa della trama o a migliorare il più possibile il tuo personaggio.
Fallout 3 sotto questo versante mi colpì molto, davvero un gioco ben fatto, pieno di pecche che però lo rendevano ancora più affascinante.
Sarà per la copertina, sarà per l'ambientazione (luoghi in rovina), sarà per l'essere ibrido allo stesso modo, questo Bioshock mi ha sempre dato l'idea di essere un po' il cugino di Fallout 3, allora perchè non riprovarci? Certo, qui lo spara spara è molto presente, non ci sono scelte di dialoghi come nei GDR, non siamo in un universo tutto da esplorare ma siamo guidati nel nostro percorso, ma in fondo che ci frega. Ancor più che in quel caso già dalle prime battute ti accorgi che deve essere un capolavoro; a cominciare da una trama particolare e niente affatto banale, un approccio piuttosto tattico ai combattimenti, un'attenzione certosina ai dettagli, un atmosfera più unica che rara in un videogame...
Bioshock è in fondo una metafora sulla sete di libertà, o più precisamente una riflessione sul libero arbitrio, dove ciò che accade non è mai come sembra (presenta uno dei colpi di scena più famosi in ambito videoludico) e dove non ci sono eroi (forse). Improvvisamente ti scordi di giocare ad un FPS (e in fondo ancora dubito che lo sia davvero) e ti lasci trasportare, fino all'atteso finale. Il finale, ecco, se c'è un'altra cosa che odio di molti giochi è il doppio finale, dove con un breve filmato ti si dice che tutto va bene, e con un altro (se fai altre scelte) che tutto va male (e purtroppo in un certo senso qui siamo in quel tipo di videogiochi). In pratica con un filmato di 2 minuti si esprime tutto e il contrario di tutto rispetto a quanto visto in precedenza. Se non altro, comunque, almeno uno dei finali è decisamente coerente e migliore di quelli di Fallout 3.
Insomma il gioco è vecchiotto ma va giocato, perchè è in grado di esprimere al meglio le potenzialita di un mezzo d'intrattenimento accusato di essere ancora "poco cresciuto".
Dategli una possibilità, se potete, "per cortesia"
Voto 9

giovedì 30 settembre 2010

INCEPTION – Christopher Nolan

livello 1: Se una pellicola è in grado di appassionarti, di appagare sia l'occhio che la mente, di essere allo stesso tempo fruibile da tutti e intrigante "a più livelli" ha centrato pienamente l'obiettivo.
livello 2: Se un film riesce ad essere ambiguo, sempre sul filo dell'incomprensibile, ma a mantenere perfettamente ciò che promette, se mantiene una sua coerenza anche nell'inspiegabile, allora è un film perfettamente riuscito.
livello 3: Se anche i possibili buchi di sceneggiatura si trasformano invece in volute allusioni del regista in una o in un'altra direzione, siamo di fronte al capolavoro.

L'ennesima fatica di Christopher Nolan (Il Cavaliere Oscuro, Memento) gioca con le sfumature tra la realtà e il sogno, cosa non nuova nel cinema, ma lo fa con un'eleganza e un'ispirazione che ormai sono il suo marchio di fabbrica. Come al solito il regista ama giocare con lo spettatore, rendendolo simile al protagonista dei suoi film, inserendolo in un contesto nel quale anche lui si troverà spaesato e privo di certezze. "Io so cos'è reale" ripete il protagonista, ma se anche quell'unica certezza non fosse tale?
La struttura "a livelli" del film permette di strutturare il tutto su più piani, ognuno dei quali è in congiunzione con l'altro e permette andando a ritroso di ritrovare la giusta via. Se però i livelli sono troppi riusciremo a trovare il bandolo della matassa? Ecco quindi che il regista inserisce un personaggio e decide di chiamarlo Arianna: un allusione neanche troppo velata alla mitologia greca.

A volerci trovare rimandi, citazioni e motivi di discussione si potrebbe andare avanti per mesi, ed è proprio questa la forza del film: anche dopo la visione mille domande e mille dubbi ci assaliranno, ma il film è già perfettamente coerente, anche senza ulteriori possibili "spiegazioni". Non ci vuole insomma un tutorial che aiuti a entrarci e nemmeno la lettura delle infinite interpretazioni che ne seguiranno.
Il film insomma è perfetto proprio per questa sua dualità, per questo suo perfetto equilibrio (la trottola) che riesce a mantenere fino alla fine, fino all'ultimo fotogramma.

E se alla fine del film stranamente vi tornerà alla mente Blade Runner, non siete pazzi, e non state sognando. O forse si ?

Voto 9+

martedì 17 agosto 2010

Red dead redemption - Rockstar colpisce ancora (con una colt) Parte 2


John Marston: eroe o anti-eroe?

Il protagonista della vicenda è perfettamente delineato, e suo malgrado sarà costretto ad intraprendere un viaggio verso la redenzione, un viaggio pieno di personaggi e situazioni che vanno dal bizzarro al drammatico (nella seconda parte).
John Marston non è un eroe, non il classico paladino fedele alla giustizia, anzi le sue azioni saranno dettate sempre dalla volontà di raggiungere un fine molto personale, ecco quindi che le vicende dei personaggi e le loro battaglie non saranno altro che un mezzo per avere nuove informazioni sul prossimo obiettivo.
Starà inoltre a noi decidere se abbracciare la via della giustizia o della criminalità, con una barra che mostrerà di volta in volta i nostri progressi in una o nell'altra direzione.

John avrà modo di mostrare sia la sua parte più buona nei momenti in cui sarà richiesto il suo aiuto, sia di farci ricordare che il suo background è pur sempre quello di ex-criminale che vuole cambiare vita, insomma non si parla certo di un personaggio senza macchia e senza paura.

John Wayne o Clint Eastwood?

Il genere western si è sempre diviso in due grandi filoni: quello americano contraddistinto dai suoi peronaggi eroici e dai suoi assedi, e quello denominato spaghetti western, dove i personaggi spesso non sono ne buoni ne cattivi, ma tutti approfittatori e dove la giustizai molto spesso è del tutto assente.

Red ded redemption prende alcune caratteristiche dall'uno e altre dall'altro, mantenendo un perfetto bilanciamento: la prima parte è sicuramente più vicina al primo filone, la seconda invece sarà più sbilanciata verso una storia dove nessuno può dirsi davvero un Santo, e dove la fine del vecchio west è ormai alle porte (i personaggi e le loro battaglie lasceranno spazio ad altre: la prima guerra mondiale ad esempio).
Anche la trama nel suo dipanarsi avrà modo di appassionare il videogiocatore, soprattutto la seconda parte sarà ricca di momenti epici e da ricordare.

Insomma Red dead redemption è un gioco che VA giocato, soprattutto epr coloro che amano il genere wester in particolare: la storia narrata è ottima e il divertimento è assicurato, l'ennesimo centro di Rockstar

Voto 9

Red dead redemption - Rockstar colpisce ancora (con una colt) Parte 1



Il Western ed i videogames

Il mondo dei videogiochi negli ultimi anni ha allargato di parecchio il suo raggio d'azione ai generi più disparati: anche grazie alla potenza delle nuove console non è più improbabile trovare videogames che affrontano temi quasi impossibili da trattare in passato.

Il genere western però è sempre stato piuttosto comoplicato da trasporre in versione videoludica: vuoi per la difficoltà di "costruire" la fisica dei cavalli, vuoi per la necessità di dover bilanciare i vari elementi che devono caratterizzare il gioco (sparatorie a cavallo e a piedi, ricreare un ambiente realistico spoglio, ma allo stesso tempo vivo, dare al tutto un atmosfera complicata da replicare con personaggi ed ambienti virtuali).

Ci sono già stati dei tentativi in passato di entrare nel mondo del vecchio west da parte del mondo videoludico: Gun, Call of Juarez, lo stesso Red dead Revolver della Rockstar (primo capitolo della saga, anche se di fatto del tutto slegato dalle vicende del seguito), e in parte ci sono state delle ottime intuizioni, tuttavia i giochi si rivelavano troppo propensi allo sparatutto, quando non decisamente noiosetti e privi d'atmosfera, atmosfera che invece dimostrava di avere un gioco lontanissimo dal genere western, ma con una bellissima rappresentazione del rapporto tra il destriero e del suo "cavaliere": Shadow of the Colossus.
Ecco quindi che Red dead redemption era atteso al varco perchè le aspettative erano altissime.


Varietà e libertà

Red dead redemption è un capolavoro: lo si capisce già dai primi dialoghi, dalla cura con la quale vengono ricreate le situazioni (nelle città o meno) e gli obiettivi (le sottomissioni sono tantissime, ma rispetto a Gta IV sono meglio amalgamate nel contesto, e spesso inserite nella stessa trama), dalle ottime mini-storie riguardanti gli "sconosciuti" che incontreremo nel cammino (più "rifinite rispetto a GTA IV, e più "simpatiche), dall'ottima realizzazione del personaggio principale (magari i personaggi di contorno invece sono molto meno memorabili, in quanto meno approfonditi)...
Ovviamente il gioco resta un free roaming, per questo "non per tutti", vista la sua classica serie di missioni principali alternate ad una massiccia dose di ore perse in giro cercando un obiettivo, o semplicemente godendosi il panorama, mantiene però la classica dispersività dei giochi appartenenti al genere (anche se molto più sfumata rispetto ai giochi precedenti).

La principale difficoltà da superare era conciliare la vastità del territorio (addirittura superiore a quella di San Andreas), con la necessità di non annoiare il giocatore con viaggi infiniti a cavallo (visto che, come per GTA si è costretti a vagare in lungo e in largo per la mappa di gioco, ma con "mezzi" decisamente più lenti), e il rimedio è decisamente riuscito: diligenze sparse nelle varie cittadine, o se proprio non vogliamo perdere tempo c'è sempre un opzione per essere trasportati immeditamente nel posto che desideriamo grazie ad un provvidenzile accampamento (che ci permetterà anche di salvare).
Inoltre anche nel bel mezzo del deserto potremmo trovare compagnia: animali assetati di sangue ci inseguiranno senza tregua (quando non saremo noi stessi ad andarli a cercare per stanarli), o potremo incontrare degli sconosciuti che attiveranno le sottomissioni, o ancoraaltri epronaggi in cerca del nostro aiuto (non sempre però si riveleranno santarellini).

Insomma la varietà e la vastità non sarà sinonimo di noia (a parte alcuni casi), ma ci darà modo si avere sempre qualcosa da fare in ogni momento.

martedì 9 dicembre 2008

Genesis - BOX SET 1970 1975

© 10 novembre 2008
E' uscito i primi di Novembre il terzo cofanetto dedicato alla storia del Gruppo, contenete inediti e rimasterizzazioni dei dischi dell'era Gabriel (escluso il famigerato From Genesis to Revelation).
Dico subito che per me è stata una " sorpresa", non tanto per il materiale inedito contenuto (i tanto agognati Jackson's tapes più altri interessanti filmati dell'epoca) quanto per il contenuto musicale degli album stessi. Le nuove rimasterizzazioni infatti riescono a colmare una delle poche pecche di un gruppo come i Genesis cioè la produzione non sempre eccelsa (La Charisma non offriva certo ai Genesis gli stessi artifici che la EMI riservava ai Pink Floyd, tanto per citane una). A stupire maggiormente sono quindi gli album più carenti sotto questo apetto: Trespass e Nursery Cryme. Nel primo soprattutto la batteria del "dimenticato" John Mayhew si ritaglia il suo meritato spazio, risultando nei fatti molto meno confusa e approssimativa rispetto al mix originario. La voce di Gabriel (qualora vi fossero dubbi) è molto più in evidenza e presenta sfumature inedite tanto che a tratti sembra che il nostro Peter ci abbia rimesso lo zampino. Non sempre però gli effetti di tali operazioni di rinnovo del look acustico hanno avuto riflessi positivi sui fan più scafati. Su Selling England ad esempio non tutto convince, anche perchè il disco era già di per se un capolavoro che non necessivata di ulteriori ritocchi, è altresi vero però che The Battle of Epping forest ne esce alquanto rinvigorita. Anche le parti di flauto assumono maggiore vigore tanto da soffocare in alcuni tratti le tastiere. In generale il sound appare più arioso, meno ovattato e in definitiva più potente grazie anche alla possibilità di sfruttare un maggior di canali stereo. Tutto ciò giova anche alle chitarre di Hackett che risuonano più nitide e meno affogate dagli altri strumenti. L'assolo finale di The Lamia ad esempio è molto più incisivo. Va quindi dato atto a Nick Davis di aver arricchito il pacco più che averlo soltanto modificato, permettendo all'orecchio di ascoltare anche strumenti mai uditi prima (ad esempio quel violoncello che qua e la spunta).
In definitiva un cofanetto consigliato sia a coloro che intendono avvicinarsi al gruppo sia ai loro fan. Se infatti i primi potranno gustarsi un prodotto degno del nome Genesis, i secondi scopriranno una serie di piccole chicche nascoste.
Voto 9