mercoledì 17 giugno 2015

Retrospettiva Steve Hackett - parte 2 (1981-1993)

Seconda parte dedicata alla retrospettiva del chitarrista inglese (vedi 1a parte)


Cured (1981) **
Il gruppo di supporto viene sciolto e restano soltanto Hackett assieme al fratello e al fido Nick Magnus alle tastiere. Cured risulta un album semplice, immediato, fatto in casa, composto da brevi brani pop piacevoli e poco più. Un deciso passo falso rispetto ai lavori precedenti, anche se qualche cosa di apprezzabile c'è, a cominciare dall'oscura "The Air-Conditioned Nightmare" (che resterà sempre presente nella scaletta di Steve e risulterà uno dei suoi strumentali più apprezzati). Anche "Overnight Sleeper" risulta affascinante col suo cantato quasi alla Cure, così come la spensierata "Hope I Don't Wake". Il resto risulta abbastanza mediocre e non in linea con il recente passato del musicista. Hackett si accolla tutte le parti vocali (come da adesso in avanti, a parte rare eccezioni) e il risultato è piuttosto discutibile.

Canzoni migliori: The Air-Conditioned Nightmare, Overnight Sleeper
Canzoni peggiori: Turn Back Time, Can't Let Go, Picture Postcard

Highly strung (1983) ***
Hackett si fa "aiutare" da alcune guest star (Ian Mosley che di lì a poco si unirà ai Marillion, Chris Lawrence al contrabasso, Nigel Warren-Green al violoncello) per un album che prova a risultare più complesso del precedente ma che ci riesce solo in parte.
Gli strumentali "Always Somewhere Else" e "Group Therapy" risultano discreti ma poco esaltanti, "Give It Away", "Walking Through Walls"  e "Weightless" sembrano essere usciti dall'album precedente. A risollevare le sorti dell'album ci pensano due pezzi davvero riusciti e che riportano alla mente album come Defector: le rockeggianti e strumentalmente ricche "Camino Royale" (che sarà in seguito un cavallo di battaglia del nostro, in versioni sempre più estese e trascinanti) e Cell 151.
Highly Strung insomma è sicuramente un passo in avanti rispetto al precedente album , tuttavia il vecchio Hackett sembra ormai un ricordo.

Canzoni migliori: Camino Royale, Cell 151
Canzoni peggiori: Weightless, Give It Away


Till we have Faces (1984) **1/2
Dopo un disco per chitarra classica (Bay of Kings), Hackett torna con un album rock che non fa che confermare le impressioni già avute con i precedenti. Il chitarrista sembra essere indeciso sulla strada da prendere: da una parte le tracce del progressive che fu sono ancora presenti, dall'altra il nostro prova a contaminare il suo sound con il blues, l'aor, stavolta addirittura con la world music e la musica brasiliana. Il disco vede quindi l'alternarsi una serie di musicisti brasiliani che conferiscono a molti dei brani un atmosfera quasi da "carnevale di Rio" che solo a tratti riesce a risultare davvero affascinante ("What's My Name" e "Matilda Smith-Williams Home for the Aged" risultano annacquate e noiosette pur con ottime parti musicali). I pezzi migliori dell'album sono invece quelli più tipicamente rock, come ad esempio la veloce "Myopia" (una specie di pezzo alla Police dei primi tempi), o "Duel" con i suoi saliscendi, o ancora l'orientaleggiante e misteriosa "A Doll That's Made in Japan". "Taking the Easy Way Out" è una bella ballata, forse un po' troppo "tastierosa".
Il chitarrista sembra essersi ficcato in un vicolo cieco.

Canzoni migliori: Duel, A Doll That's Made in Japan, Myopia, Taking the Easy Way Out
Canzoni peggiori: Let Me Count the Ways, What's My Name


Guitar Noir ***1/2 (1993)
Dopo le delusioni dei primi anni 80' Hackett si allontana dalle scene per un po', tornando di quando in quando con album di musica classica molto lontani dai suoi lavori elettrici. Sembra che la sua carriera si destinata a impantanarsi del tutto, quando nel 1993 (a quasi 10 anni da Till we have Faces) esce Guitar Noir. L'album in oggetto costituisce un ibrido tra i suoi primi lavori progressivi e un approccio più diretto, con molte incursioni nell'acustico. Il risultato è più che discreto.
La prima parte dell'album è eccellente: si passa dal meraviglioso strumentale "Sierra Quemada" (che richiama per sonorità le composizioni dei primi album) a "Take These Pearls" (un pezzo davvero gradevole e tutto giocato sul connubio tra tastiere e chitarre acustiche, che richiama alla memoria alcune cose dello Sting solista), fino all'ottima "There Are Many Sides to the Night" (inizio acustico, poi parte che più che cantata si può definire parlata, finale epico). Anche "In the heart of the city" col suo approccio più diretto e rock risulta molto gradevole, così come l'oscura "Dark As The Grave", anch'essa giocata su chitarre acustiche e tastiere, con un Hackett che dimostra di riuscire a utilizzare un uso della voce decisamente migliore rispetto a quello del passato.
La seconda parte dell'album è meno riuscita ma contiene comunque buone cose e praticamente nessun brano da gettare totalmente nel cestino. Insomma un lavoro di nuovo sugli standard del musicista, dopo tanti anni incerti. Nella versione americana dell'album è contenuta "Cassandra", un pezzo scritto assieme a Brian May.

Canzoni migliori: Sierra Quemada, There Are Many Sides to the Night, Take These Pearls
Canzoni peggiori: Little America, Lost in Your Eyes

continua...

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