Atteso da almeno un decennio, relegato quasi a "leggenda metropolitana", il fantomatico disco in coppia di Steve Hackett e Steve Rothery (due dei chitarristi più iconici del progressive rock) è finalmente giunto tra noi. Già solo leggere i due nomi in copertina evoca tutto un immaginario chitarristico che non può non fare sognare, soprattutto se siete fan di entrambi i gruppi nei quali militano o hanno militato (i Genesis e i Marillion). Ma è tutto oro quello che luccica? O l'hype ha generato il topolino? Davvero è lecito aspettarsi ancora un disco rivoluzionario da due musicisti come loro?
Analizziamo il disco track by track.
"The Storm" ha un inizio d'atmosfera, con il rumore dei gabbiani in lontananza. Fin da subito vengono messe in chiaro due cose: si tratterà di un album basato sulle emozioni, molto "cinematografico", a tratti con venature da library music (è un disco interamente strumentale), senza però mai avvicinarcisi troppo. Non mancano i momenti più "sostenuti", anzi il brano dopo circa due minuti e mezzo si colora di tinte più rock, dopo l'ingresso della batteria. La seconda parte del brano è però dominata da un lungo assolo, molto rotheryiano, tra l'epico e il malinconico, che va dritta al cuore e non fa prigionieri (voto 8,5).
La tensione cala con "Sandsend", più rilassata e breve. Più canonica, ecco, pur risultando ugualmente piacevole all'ascolto grazie a quel gusto tipicamente hackettiano di valorizzare ogni singola nota (voto 6,5). Più breve ancora è Red Dragon, che si fa notare soprattutto per le sue arie orientali e per l'utilizzo del sitar, che arricchisce il brano, regalandogli quel sapore "marinaresco", in linea con la tematica principale del concept del disco (il mare appunto). Il titolo del brano prende il nome da una delle prime navi mercantili utilizzate dalla Compagnia delle Indie Orientali. La batteria (per il resto non molto incisiva) qui è più presente e funge da struttura portante di un pezzo più rock dei precedenti, guidato da un insistente riff orientaleggiante (voto 7,5)
La title track comincia con uno dei classici bozzetti acustici alla Steve Hackett. Poi giungono le tastiere che rendono più oscure le atmosfere a richiamare le increspature del mare. Qui è Hackett a condurci tra le onde, con le sue classiche note sostenute. A circa 4 minuti e mezzo arriva Rothery quasi sussurrando, timidamente, ma poi si prende la scena con uno dei suoi classici assoli emozionali e melodici che conquista fin dal primo ascolto. Il tutto si chiude col ritorno di Hackett, così come era cominciato. Un pezzo forse privo di grandissimi scossoni, forse un po' lunghetto e piuttosto schematico, ma di gran gusto e capace, ancora una volta, di sfoderare momenti emozionanti. (voto 8--)
"K-129" deve il suo strano titolo ad un sottomarino sovietico K-129 scomparso nel Pacifico settentrionale nel 1968. Il brano si distingue per un'introduzione inaspettatamente elettronica, con le chitarre elettriche in sottofondo che giocano tra loro e donano un gusto jazzato al tutto. Le due elettriche sembrano per lunghi tratti giocare a nascondino dietro le tastiere. Almeno fino a quando, nel finale, ancora una volta veniamo deliziati dal un bell'assolo che regala al brano un epilogo ad effetto (voto 8)
La giá nota The Black Sea (pubblicata prima dell'uscita del disco) è tra le vette dell'album. Melodica, epica, a tratti oscura. Si fa notare per il suo andamento "in crescendo", guidato da un lungo assolo chitarristico molto emozionante, il più riuscito di questo The roaring waves. Uno di quei brani che non avrebbero affatto sfigurato in un disco dei Marillion, magari con Steve Hogarth ad impreziosirlo con la sua voce (voto 8,5)
Dopo il miglior brano del disco quello che invece fatica di più ad imporsi: la conclusiva "Pacific Coast Highway" è, in controtendenza con tutti gli altri pezzi, un lungo brano blues. Hackett ci ha abituato nel corso degli anni ad inserire questo tipo di brani nei suoi lavori solisti (Rothery no invece), ma dà la sensazione di esser un po' fuori posto, sia sonoramente che concettualmente. Peccato che il disco si chiuda senza un acuto finale. Resta comunque globalmente, un lavoro riuscito, pieno di sapori sfiziosi per chi ama i due chitarristi. Forse poco originale? Un album senza alti vertiginosi? Probabile, ma anche suonato con gran gusto e con indubbio mestiere. Un disco più per il cuore che per la testa.
Voto 7,5


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