Una vittoria che neppure noi sappiamo come sia arrivata, caduta dal cielo… come il tiro che ha uccellato Carnesecchi. Arrivato da cross, con Boga che la ciabatta e lei che si ficca comunque in porta. Un gol che sostanzialmente si sono fatti da soli, con la deviazione di faccia di Carnesecchi, che sennò nemmeno il gollonzo sarebbe arrivato. Una vittoria che sempre loro ci hanno permesso di portare a casa, mangiandosi l’impossibile. Perché se aspettano a noi… che comunque ci siamo mangiati la nostra dose quotidiana di gol da matti, pur tirando pochissimo in porta.
Ad ogni modo, di riffa o di raffa, da quando è arrivato Jeremie (detto Humphrey) ha comunque fatto più gol del Cana-Calabrese, anche stavolta in una prestazione alla quale solo un interista come Stramaccioni ha potuto dare un senso.
Kulovic resta il migliore in campo, ma vale per tutte le volte nelle quali siamo stati noi a dominare e siamo usciti dalla gara con un pugno di mosche. Anzi, siamo ancora in debito. Ma la sostanza non cambia. Resta una squadra molle che continua a giocare alla roulette. Con Locatelli che ancora piange per l’eliminazione dell’Italia di Gravina ma che non abbiamo ancora visto versare una lacrima per la squadra di cui è capitano.
Ci eravamo scordati come era vincere contro la falsa Dea (in realtà guerriera, che la falsa narrazione collettiva ha trasformato in divina) ma il calcio è questo: avremmo meritato di batterla in Coppa Italia, dove l’avevamo dominata, invece vinciamo in questa dove abbiamo recitato la parte del Lecce.
Tutto questo sotto gli occhi si Elkann, che con le mani giunte sembra pregare che arrivi la fatina Champions e gli lasci i soldi sotto il cuscino. Un cuscino che ha consumato, a forza di dormire.

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