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domenica 16 agosto 2015

BAD BOYS - Rick Rosenthal (1983) [Summer 80]

"Bad boys running wild
If you don't play along with their games
Bad boys running wild
And you better get out of their way"

Massì, ancora una volta ci vengono in aiuto i fedeli Scorpions per introdurre l'ennesimo salto negli anni '80: stavolta parliamo di Bad Boys.

- Uè, Badddo Boyssse con Will Smitt è degli anni 90' mica degli anni 80'

Ovviamente parliamo di un altro Bad Boys, omonimo, uscito più di una decina di anni prima

lunedì 14 ottobre 2013

THE TREE OF LIFE (2011) – di Terrence Malick [recuperafilm]

“Ci sono due vie per affrontare la vita, la via della Natura o la via della grazia, sta a te scegliere quale prendere”

Volevo buttar giù due righe per un film di un paio di anni fa, che merita una recensione, che voglia essere un consiglio di visione ma anche una guida per chi già l’ha visto. Un film che se da una parte ho fatto bene a tenere fuori dalla barbarie delle multisale moderne, col loro chiassoso carico di ignoranza, dall’altra avrebbe davvero meritato di essere gustato al cinema quando usci (nel 2011).

venerdì 1 marzo 2013

GANGSTER SQUAD - Ruben Fleischer

(ovvero con un cast del genere cosa potrebbe andare storto?)

Sean Penn ce l'ho, Josh Brolin pure, mettiamoci Ryan Gosling che acchiappa il pubblico femminile, mettiamoci  Emma Stone che acchiappa quello maschile, riempiamo i ruoli vacanti con comprimari di una certa fama (Robert Patrick, Nick Nolte). Perfetto. Scegliamo un ambientazione affascinate come gli anni quaranta, inseriamo belle sparatorie e atmosfere da film noir con tocchi di western, aggiungiamo qualche dialogo divertente e "stiloso".
Cosa manca?

Gangster Squad è un film affascinate, con una grande atmosfera, e visto il cast poteva essere davvero un ottimo film se non fosse che la più grave mancanza è da attribuire proprio ad una trama debolissima, che spesso fa sfoggio di espedienti, che costruisce dei personaggi con stile ma troppo stereotipati per far si che lo spettatore ci si affezioni.

Le vicende ruotano attorno ad una speciale squadra di tutori della legge che per riuscire a mettere fuori gioco il potentissimo boss devono compiere azioni criminose fino ad arrivare al boss stesso.

La prima parte è interessante, quando invece si devono mettere in atto le gesta di questa "squadra" il tutto appare affrettato, spesso immotivato (dobbiamo agire come dei criminali per far credere che lo siamo, ma poi in realtà per quanto le nostre gesta siano non nobilissime alla fine spacchiamo qualcosa qua e là e non andiamo oltre, rivelando subito la nostra natura), si arriva all'epilogo in maniera abbastanza stereotipata e poco credibile (visti gli intenti iniziali "basato su una storia vera"...).

Se insomma dovessimo giudicare il film solo sulla base del cast (che però non è sfruttato completamente a dovere) o dei colori, dei costumi e di tutto quello che gli ruota attorno ci troveremmo di fronte ad un capolavoro, purtroppo la componente narrativa non è dello stesso livello.

Gangster Squad insomma è un film che ricorda per certi versi alcune opere di Michael Mann non raggiungendone mai le vette (mancano il senso di precarietà dei personaggi, la loro ambiguità, l'ineluttabilità del destino, le musiche sempre presenti e integrate alla perfezione nella pellicola...), risultando alla fine un bel giocattolone pieno di stile e dalla bella atmosfera.

Non ci si annoia di certo insomma, ma forse con un simile cast era lecito attendersi di più.

Voto 7-

venerdì 21 ottobre 2011

THIS MUST BE THE PLACE – Paolo Sorrentino

Quando capita che ci sia molto da dire o ci si blocca o non si sa da che iniziare. Dalla fotografia? Dalla colonna sonora? Dalla sceneggiatura? Innanzitutto mi aspettavo di peggio, ero un po' scettico sul fatto che il binomio rockstar anni 80-Sean Penn potesse funzionare davvero, invece vedendolo ho capito come lo stesso Penn possa essere stato folgorato da Sorrentino...
…"qui nessuno lavora più, tutti fanno qualcosa di artistico…", dice Cheyenne in un bar al tatuatore tatuato. Lui invece sta cercando di fare il percorso inverso, un'involuzione basata sulla sostanza, che lo porti ad uscire dal guscio di una vita ibernata all'infanzia.

Lui, vecchia Rockstar ormai ritirata e fuori moda, per far questo dovrà affrontare il passato e porsi domande che non ha mai voluto farsi. Ed  proprio come una statua di ghiaccio che si muove per il mondo, col cuore freddo nel tentativo di capire cosa sia quella cosa che "lo disturba", quel raggio caldo che timidamente tenta di aprire una breccia e che nel farlo “smuove” e fa male, come usare di nuovo un muscolo rimasto fermo da molto tempo.

Truccarsi il volto serve allora sia per coprire il pallore di una figura cadaverica che per nascondere l'età, e con lei tener lontana la morte... Già, proprio quella morte che tanto ha evocato in vita, forse per anestetizzarsi nell’attesa di essa o credere di averla già superata, perchè in realtà ne ha una paura fottuta.
Da quest'analisi si può dunque capire a ritroso cosa creò quel movimento dark che vide tra i suoi maggiori esponenti Robert Smith dei Cure, da cui totale ispirazione trae il personaggio del film persino nello pseudonimo che usa nel suo viaggio. E’ dunque un film che tocca le corde del sensibile questo This Must Be The Place, con una splendida fotografia e un grandangolo straordinario, oltre a una colonna sonora magnifica che offre il cameo di David Byrne dei Talking Heads. Un film musicale dunque (non un musical) che del viaggio (spirituale e sonoro) ne fa una ragione di sceneggiatura. Ogni dialogo sembra studiato per accordarsi a tale arte, con frasi che ben descrivono la poesia di questa vita. Un film catalogato come drammatico ma che non si piange addosso, come han fatto altre collaborazioni Italia-Usa (vedi Muccino), con un’ironia sottile e pungente come la strana risata del protagonista.

Sorrentino testimonia ancora una volta che c’è del talento in questa terra, anche se questo talento il più delle volte è costretto ad emigrare e a sposarsi con il cinema americano per poter essere apprezzato e notato.

martedì 7 aprile 2009

INTO THE WILD – Sean Penn (USA 2007) [recuperafilm]

Vale la pena spendere più di una parola su questo grande film di Sean Penn. Uno di quei film che ti rimangono dentro, anche se idealmente sei molto lontano dal suo protagonista, analizzandolo da una prospettiva che forse è più vicina a quella del regista che a quella dei lettori del libro o gli stessi fan del film.

La felicità è reale solo se condivisa, è la fase che il suo protagonista scrive su un libro e che risuona più come piccolo rimorso e presa di coscienza finale che come summa delle proprie esperienze. Il film, basato sul romanzo di Jon Krakauer Nelle terre estreme, narra la vera storia di Christopher McCandless, un giovane di famiglia benestante che, Nauseato dal consumismo e dagli ipocriti segreti dei propri genitori, dopo la laurea decide di tagliare i ponti col proprio passato e di partire per un solitario viaggio nei luoghi più incontaminati e selvaggi dell’America. Così Chris fa perdere le proprie tracce e sceglie per se lo pseudonimo di Alexander Supertramp. Nel corso del suo vagabondare avrà occasione di incrociare sulla sua strada persone che da lui trarranno e che a lui restituiranno amore ed esperienze umane, ma che poi abbandonerà puntualmente spinto dal suo sogno egoista, forse nella paura di non costruire qualcosa di troppo simile ad una famiglia, che tanto l’aveva deluso nella sua adolescenza, Alexander Supertramp non si legherà mai pienamente a nessuno tranne che alla propria esistenza e al suo sogno di raggiungere l’Alaska. Come un figlio della civiltà che cerca asilo ed adozione nella natura Alexander vaga nelle terre selvagge solitario, scalando vette, affrontando rapide e cacciando animali selvatici per nutrirsi ma si accorgerà ben presto di essere come un cuculo in un nido ostile e che questo nuovo mondo non appartiene più agli uomini da tempo, come Chris stesso ammetterà.

In questo processo di iniziazione tra il neo uomo Alexander e la natura vi è per tutto il film la figura di un giudice neutrale, la cui presenza può essere percepita nei splendidi scenari del film, parlo cioè di Dio, che alla fine viene addirittura chiamato in causa più volte dai personaggi. Nel suo viaggio Chris (Alexander) mostra alla natura tutte le sue appartenenze alla civiltà. Lavora per procurarsi i soldi necessari al suo viaggio, caccia col fucile e non riesce a salvare il proprio cibo dalle mosche e dai lupi che ne banchetteranno a sue spese. Sino a non prevedere la formazione dei fiumi dalla neve che si scioglierà in estate e lo intrappolerà nelle terre selvagge.

Nella sua fuga dalla civiltà quel pulmino abbandonato che userà come casa apparirà sempre più come un rifugio trovato in esilio, o un’ambasciata in terra straniera. Tutto questo la natura lo condannerà non accogliendolo come suo figlio. Chris che fugge in cerca di asilo politico viene così accoltellato alle spalle, avvelenato da un erba che credeva commestibile perché si era ancora una volta sbagliato nel trovarla con i mezzi umani come quelli di un libro. E nella sua ultima alba Dio gli si rivela suggerendogli le lezione: La felicità è reale solo se condivisa. E tutti quei suoi simili, compresi i suoi genitori e sua sorella, che lui aveva sbrigativamente catalogato come esperienza non fondamentale per la sua vita tranne che per le proprie esperienze gli appaiono la vera felicità, quella che tanto aveva cercato sfuggendo paradossalmente da essa.

voto 8,5