Non è un mistero il nostro amore per il cinema di John Carpenter. Spesso incompreso, perfino boicottato, è stato invece capace di sfornare film non solo entrati ormai nell'immaginario collettivo ma che, pur se diretti alle masse, hanno spesso precorso i tempi e lanciato messaggi "politici" forti, magari mascherati in mezzo a partiture orrorifiche o angoscianti, apparentemente lontane dalla nostra realtà.
Il male nei suoi film è qualcosa di ancestrale, di antico, non appartiene agli uomini ma è qualcosa di più profondo, talmente profondo che invade la società e corrompe tutto quello che tocca. Saranno allora gli ultimi, gli emarginati, quelli messi da parte dalle istituzioni o dalla società che, spesso loro malgrado, si opporranno allo sfacelo e alla distruzione della stessa, facendosi eroi quando le stimmate da eroi non hanno. Personaggi che più cult non si può insomma. Il nostro speciale in due parti è dedicato a 6 film fondamentali per capire la sua visione del cinema e del mondo.
Prima dell'avvento di Rocksteady e della sua saga dedicata al pipistrellaccio di Gotham, i tie-in a tema supereroistico erano sempre stati visti in modo un po' sospettoso dai videogiocatori e non a torto. A parte rare eccezioni, comunque non assimilabili a capolavori (una avente per protagonista proprio l'Uomo Ragno), i videogames dedicati ai supereroi erano sempre state mere commercialate, operazioni rubasoldi, insulti alle opere originali (tipo l'infame Superman 64 o i Batman tratti dai film di Tim Burton). Poi la luce fu: la saga di Rocksteady dimostrò che, non solo si poteva sfornare un videogame su un supereroe, ma si poteva produrre un capolavoro. E quando esce un capolavoro la cosa più naturale che possano fare quelli che vengono dopo (se vogliono andare sul sicuro) è copiare. Non spudoratamente ma in maniera sostanziosa. Prendiamo gli innumerevoli giochi che ad esempio hanno ripreso il sistema di combattimento dei vari Arkham adattandoli ai contesti più disparati (ad esempio il mondo di Mad Max). Ma ad un altro gioco sui supereroi? Nessuno, non in quel modo. Poi arrivano quelli di Insomniac e si dicono "perchè non facciamo un gioco su un supereroe, un free roaming, con il sistema di combattimento Free Flow della serie su Batman, con le missioncine secondarie dove poter affinare la propria tecnica, con i gadget da sbloccare, i villain classici che appaiono in missioni secondarie dedicate, la città riprodotta nei minimi dettagli sotto assedio?" "Ma è Batman Arkham City!" "No, noi lo facciamo su un supereroe Marvel...Spiderman toh" "Eh, in effetti, così cambia tutto, la Marvel ne ha copiati a decine di supereroi alla DC Comics e a nessuno ha fatto ne caldo ne freddo, ora ci devono rompere i maroni per un videogioco che noi copiamo da Rocksteady?
Come si fa a passare da una memorabile cena di coppa ad un pranzo di campionato? La deontologia intestinale di un professionista ben pagato imporrebbe una digestione facile e veloce, ma forse la dimensione umana di un gruppo, ancora tra le nuvole per l'impresa compiuta, conscio di un vantaggio di 18 punti in campionato e con il pensiero già alla sosta, ha suo malgrado dovuto buttare giù l'amaro digestivo di questa prima sconfitta. Quanto, però, questo può risultare comprensibile tra il tifo italico? Come vedremo sotto questo aspetto non ci si annoia mai, checché ne dicano quelli che a Marzo sbuffano per una lotta scudetto tanto sbilanciata.
La tempesta perfetta, la vendetta servita fredda su un dischetto da rigore. La serata della fratellanza e della comunanza bianconera, in cui la Juve fa la Juve (ai massimi livelli) e i suoi tifosi fanno i tifosi, inneggiando la squadra e la maglia per novanta minuti. Juve-Atletico è la serata che non ti aspetti o meglio la reazione che ti... aspetti, perchè la Juve non poteva essere quella vista all'andata. Perché non potevamo uscire da questa coppa senza aver lottato fino alla fine.
Tra la seconda e la terza stagione di True Detective sono passati la bellezza di 4 anni, che nell'unità di misura seriale corrispondono quasi ad un'eternità. Come è noto, dopo i primi fortunatissimi 8 episodi, la serie si "inceppò" nella seconda stagione fino ad essere praticamente demolita (a torto) di critiche. Il motivo? Troppo diversa dalla prima stagione, troppo confusa e dalla sceneggiatura traballante (in parte vero), senza interpretazioni recitative all'altezza. Ma è inutile girarci intorno, gran parte delle persone fecero smorfie solo perchè si trovavano davanti a una serie tv che proponeva una formula alternativa e più sfaccettata (meno riuscita, questo si), le stesse persone che più o meno hanno attaccato questa terza stagione perchè "è una copia della prima". Insomma non frega nulla del fatto che si tratti di una serie antologica, la gente voleva esattamente True Detective 1, niente di diverso, niente di simile, voleva la stessa identica cosa. Ovvio quindi che qualsiasi altra cosa sarebbe stata criticata a prescindere.
E quindi com'è questa terza stagione? Un copia della prima appunto. Come tutte le copie non siamo al livello dell'originale ma a tratti ci si avvicina.
In una atmosfera surreale, col pensiero altrove (nel tempo più che nello spazio) e con una formazione sperimentale, la Juve-2 divora i friulani con quattro morsi. Juve Udinese sembra il banchetto che i re concedevano ai loro soldati prima di partire per una dura battaglia. Il Green Carpet è steso per Moise Kean, che si prende la scena con una doppietta. Non resta che concentrarsi anima e corpo a martedì prossimo e tentare l'impresa.
Fare il comico (o comunque l'intrattenitore) è tremendamente complicato. Non a livello intellettuale o manuale, naturalmente, ma a livello psicologico. Mettere quotidianamente da parte la tua vita personale, i tuoi problemi, le tue manie per rallegrare gli altri può diventare frustrante. Se poi questo "pubblico" è composto quasi totalmente da bambini il tutto diventa ancora più pesante: zero concessioni alla malinconia, alla nostalgia, all'introduzione di argomenti più spinosi che potrebbero destabilizzare i piccoli spettatori. E' proprio quello che accade al protagonista di Kidding (da noi sovraccaricato dal sottotitolo "Il fantastico mondo di Mr. Pickles"), serie tv interpretata da Jim Carrey.
Deve essere frustrante arrivare allo scontro diretto ed accorgersi che non è poi cosi "diretto". Con 10 punti in meno dello scorso anno, il Napoli (che alla stessa giornata era primo con un punto di vantaggio sulla stessa Juve) arriva al "match scudetto" con la sola speranza di riaprire il riapribile. Ma deve far davvero male quando la stessa porta si chiude e ti sbatte sulla faccia. Allora davvero non ti resta che piangere, che è quello che da tradizione sai fare meglio, nonostante da più parti si siano chiarite le dinamiche e date le motivazioni del caso. Ma forse stavolta neppure i giornalisti (nazionali) ci credono più di tanto e a Napoli lo Squonk resta a piangere nel suo sacco.
Qualche giorno fa se ne è andato Mark Hollis, ex leader dei Talk Talk. Non un semplice cantante e compositore ma un vero e proprio simbolo degli anni 80'. E' proprio a quel decennio infatti che si deve la sua maggior fortuna, un decennio fatto di luci, colori, apparenza sulla sostanza, proprio quello che paradossalmente Hollis mal sopportava, tanto che, fin dalla fine del decennio, dapprima scelse di allontanarsi sempre di più dalla musica che gli aveva dato la notorietà (per abbracciare uno stile molto più etereo e sfuggente) e poi abbandonò progressivamente del tutto le scene. Un musicista sottovalutato forse proprio a causa di questo suo modo di essere, eppure capace in una manciata di album e di canzoni di definire un decennio e ispirare una miriade di gruppi (alcuni impensabili). Noi di Poi Si Risolve vogliamo omaggiato scegliendo quelle che per noi sono le 10 canzoni più belle dei Talk Talk.
Talk Talk.
Tratta dal primo album l'omonima canzone è tutt'altro che epica: è anzi ancora pienamente inserita in quel contesto plasticoso da anni '80. Difficile credere che si tratti dello stesso gruppo che sfornerà in seguito Laughing Stock. Eppure oltre al titolo emblematico ha questo ritornello che ti entra in testa, contagioso.
Dum Dum Girl
A tratti musicalmente ricorda It's my life (non a caso è contenuta nello stesso album) ma risulta più "leggerina". Tuttavia il ritornello, che a tratti ricorda alcune cose degli Human League, porta il tutto su binari più new wave e anche il finale conferma questa sua anima, attraverso un ampio utilizzo di tastieroni in funzione di assolo più che di accompagnamento.
Such a Shame
Scelta obbligata e non può essere altrimenti. Uno dei pezzi più famosi e, soprattutto, più immediatamente riconoscibili degli anni '80. Di facile presa eppure allo stesso tempo cangiante e pieno di piccole scelte musicali che hanno fatto la storia: da quel riff di tastiere nel ritornello (che rivaleggia con quello di The Final Countdown) all'inizio percussionistico quasi tribale, al finale "stoppato", senza dimenticare la voce di Hollis e uno tra i video più divertenti dell'epoca (onnipresente per tutti gli anni '80). Colpo di fulmine per un bambino dell'epoca come me.
Tomorrow Started
Un pezzo che sta tra il pop-prog dei Marillion di Steve Hogarth (all'epoca ancora lontani) e un certo jazz di classe di facile accessibilità. Il cantato di Hollis è dapprima dimesso ma si "apre" durante il ritornello accompagnato da tastiere incombenti che creano un crescendo commovente. Nella seconda parte i fiati arricchiscono il tutto donando al brano una nuova dimensione. L'esempio perfetto del pezzo alla Talk Talk: poche variazioni e note ma una serie di giochi ad incastri tra tastiere, chitarre e voce (oltre a volte ad altri strumenti) che allontanano il tutto dal pop e dalla banalità.
Renèe
Inizio musicale "a singhiozzo" con un Hollis che più Hollis non si può (una specie di Brian Ferry più malinconico e dalle sfumature vocali più acute), ritornello condotto ancora una volta dalle tastiere mentre il cantato si fa più arioso senza rinunciare a quell'aura di malinconia iniziale. Un pezzo semplice eppure molto affascinante, come molti dei Talk Talk, dolce e jazzato.
Life's What You Make It
Sicuramente tra i pezzi più famosi del gruppo e tra quelli musicalmente più di facile presa. La strofa ,con il classico basso pulsante, conduce ad un crescendo che esplode nel roccioso riff chitarristico (irresistibile) del ritornello. La poca varietà del pezzo non pesa affatto, questi pochi ingredienti sono sufficienti per costruire qualcosa di caratteristico e che si stampa subito intesta e non ne esce più.
It's my life
Probabilmente il pezzo più famoso (assieme a Sush a Shame) in assoluto del gruppo, generatore perfino di cover anch'esse di buon successo. L'introduzione con suoni che assomigliano ai gabbiani, le tastiere liquide, il videoclip con gli animali contribuiscono a donare al pezzo questa atmosfera esotica. E poi il ritornello è proprio indovinato e memorabile. Forse un po' inflazionata ma imprescindibile.
I Believe In You
Il gruppo è ormai pienamente immerso nella sua seconda fase più "eterea" eppure sforna questo pezzo che, anche se molto diverso rispetto a quello degli esordi, risulta accessibile. Chitarre liquide fanno da sottofondo ad un cantato "sfuggente" in un pezzo che sta a metà tra quelli dei primi tempi e quelli più spiaccatamente d'atmosfera della seconda fase. Un affascinante ibrido pop-prog che influenzerà più di qualcuno
Living In Another World
Il coro che ripete il titolo nel ritornello si stampa subito in testa fin dal primo ascolto. Ma siamo già lontani dai pezzi pop dei primi album e il gruppo si avvia già verso la seconda fase. Il cantato di Hollis è più dinamico e sfoggia un registro vocale più ampio. Anche il brano musicalmente è più "aggressivo", con chitarre più presenti rispetto ad altri pezzi e insistenti assoli di armonica. Poi c'è pure come ospite un certo Steve Winwood tanto per essere chiari.
I Don't Believe In You
Altro pezzo prettamente pop, che si giova stavolta del contributo di David Rodes (non è un caso che un po' tutto l'album risulti più rifinito ed "adulto", vista anche la mole degli ospiti presenti). La canzone è quasi tutta costruita sulla vocalità di Hollis, con un sottofondo strumentale di classe e chitarre che dipingono scenari malinconici.
Dybala salva una brutta Juve da un brutto niente a niente e dalla trasferta di Bologna portiamo via il massimo possibile e sperabile (i tre punti) visto il film a tratti imbarazzante messo in scena ieri pomeriggio. Considerato infatti che il campionato è (quasi) rimasto l'unico obbiettivo e dato il margine di vantaggio sul Napoli, "era importante vincere" (frase abusatissima nelle interviste post-gara) per arrivare col distacco invariato allo scontro diretto di domenica prossima, in modo da chiudere il prima possibile il discorso scudetto e poter iniziare a preparare la prossima stagione.