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sabato 3 agosto 2013

PAIN AND GAIN (muscoli e denaro) – Michael Bay

Tratto da una storia vera, grottesca critica al sogno americano, o meglio, all'interpretazione distorta che in molti ne hanno. Questi criminali impacciati e principianti, che suscitano simpatia anziché disprezzo, sono tre palestrati classici, cresciuti col mito del corpo a discapito di quello del cervello. Una sorta di stereotipo da steroidi, in chi tra cultura e culturismo non si è avuto dubbi su cosa scegliere. Attorniati da falsi miti e falsi ideali i nostri tre ragazzoni non possono che non continuare a scegliere sempre la strada più breve per ogni cosa. La loro filosofia è ispirata alla prima norma di Finagle: "Prima tracciate le curve che vi servono, poi trovate i punti che corrispondono". L'importante non è il piano d'azione, ma il punto di arrivo e per poter arrivare il più presto allo scopo non si può perdere tempo prezioso in lunghe pianificazioni. Il delitto perfetto deve richiedere poco tempo, la vita va vissuta in fretta e al massimo. L'altare del "tutto è subito" richiede però a volte sacrifici umani.

Il piano, che sta nella trama, è in sostanza questo: rapire un riccone e farsi intestare tutto sotto tortura, meglio ancora se poi questo riccone è un tipo odiato da tutti, chi avrà mai compassione per lui? Dovrà essere quasi un atto eroico nei confronti dell’umanità, o quanto meno dell’America. Piano che a dirlo così può apparire semplice, soprattutto agli occhi dei nostri tre "sempliciotti", ma la vita è altro dal “copione di un film” e come lo stesso Finagle afferma nella sua quarta legge, che anticipa la norma sopra enunciata, in realtà “Una volta che si è pasticciato qualcosa, qualsiasi intervento teso a migliorare la situazione non farà altro che peggiorarla”.

Pain and Gain è un film spassoso e cruento al tempo stesso, in stile "quei bravi ragazzi" in salsa "Burn After Reading". Il titolo originale, come sempre violentato da quello italiano, che per fortuna qui rimane solo in sottotitolo, è il motto del Fitness “no pain no gain” (nessun dolore nessun guadagno), cioè in sostanza il nostro: “chi bello vuole apparire un po’ deve soffrire”. Con questo film di “denuncia” dunque Michael Bay, si spoglia da regista di film su eroi patinati (Armageddon) e macchine antropomorfe (saga Trasformers) e ci da una visione del sogno americano visto in uno specchio deformato. In cui l’autorealizzazione personale è l’unico scopo di vita di un uomo che pretende la cima della piramide di Maslow. Gli attori sembrano adattarsi bene nella parte che dovrebbe di fatto ridicolizzarli, tipo quella di The Rock, la montagna di muscoli senza cervello pieno di droghe e steroidi, poco sembra importare loro se qualcuno potrebbe accomunarli coi personaggi che interpretano. In gergo tutto questo io lo chiamerei non prendersi troppo sul serio e il risultato ne guadagna. Vinta la diffidenza iniziale della locandina il film è davvero ben fatto e per nulla stupido e caciarone, anzi ridicolizza anche il genere in alcuni tratti. La commistione di generi poi è davvero azzeccata. Da non perdere.

voto 7,5

giovedì 25 luglio 2013

WORLD WAR Z - Marc Forster


Ennesimo film sugli zombi? Si, ma con qualche variante davvero interessante. La prima è l’interpretazione inedita nel genere di Brad Pitt, la seconda è la nuova veste di spettacolarità con cui i nuovi zombi si presentano. Sempre più affamati di carne umana, non solo corrono come maratoneti ma si arrampicano e scavalcano muri divenendo un’unica massa informe come un immenso blob di putrefazione, a dispetto dell’antica teoria romeriana che li voleva goffi e lenti per via dei loro muscoli decomposti. Zombi dunque molto più rinforzati e agguerriti, pronti ad affinare le armi per la guerra contro l’umanità. Con tali premesse però, World War Z non poteva essere un film puramente horror, quello che cioè richiede suspense e claustrofobia psicologica, ma, dato anche il richiamo del titolo alla guerra, doveva divenire un action movie. Il risultato è un buon ibrido dei due generi. Non mancano quindi anche scene di interni alla Resident Evil  e lotte corpo a corpo.

giovedì 18 luglio 2013

NOW YOU SEE ME - Louis Leterrier

L'estate è il periodo dell'anno dove un po' tutti si prendono una pausa, lo fa anche il cinema proponendoci di solito film di puro disimpegno o di nicchia e quindi poco appetibili per il grande pubblico. Tutto quello che si chiede allora è un film che faccia passare due ore spensierate e lo faccia senza essere troppo banale.

Now you see me è in fondo un film appartenente a questa categoria: inserendosi nell filone di pellicole come Ocean's eleven aggiunge una spruzzata di mistero e di thriller ma lo fa senza esagerare.
Quello che stupisce è il cast, laddove a fianco di un sempre bravo Morgan Freeman abbiamo il vecchio Michael Caine e il gigionesco (ma forse qui un po' sottoutilizzato) Woody Harrelson. Purtroppo questo popo' di nomi viene utilizzato col contagiocce, preferendo lasciare spazio ad altri attori, pur bravi, ma privi di grandissima caratterizzazione, che non offrono spunti memorabili (in particolare i personaggi interpretati da Jesse Eisenberg e Isla Fisher o della stessa  Mélanie Laurent).

Anche Mark Ruffalo (Zodiac, Shutter Island, Collateral), appare un po' svogliato, per quanto riesca a dare una caratterizzazione più spiccata al suo personaggio di certo verrà ricordato per ben altre interpretazioni.
La sceneggiatura invece appare abbastanza solida, non eccezionale, ma funzionale. La trama è interessante e il finale è abbastanza riuscito, non sconvolgente o eccezionale, ma ben congegnato (magari si poteva renderlo un po' meno affrettato e sbrigativo) e abbastanza diverso da quello che di solito si vede nel genere. Il film non annoia insomma e incuriosisce.

In definitiva questo Now you see me è un film ideale per una serata di puro disimpegno, ne troppo complicato o intricato, ne banale e stupido, come si conviene ad una pellicola estiva che si rispetti.

Voto 7

venerdì 28 giugno 2013

L’UOMO D’ACCIAIO (Man of Steel) – di Zack Snyder

Reboot, l’ennesimo, dopo il mezzo flop del remake. Non un superuomo dunque ma più un uomo d’acciaio, spogliato di quella spavalderia che lo caratterizzava, un alieno sperduto in una terra aliena, in cui la differenza dai comuni mortali lo porta ad essere naturalmente temuto, tipo X-Man. Un Superman di sicuro più oscuro e silenzioso, senza la tipica tromba trionfale che lo introduce. Senza la sua tipica ironia che partiva già dalla sua scelta di indossare le “mutande” rosse sul costume. Un super eroe che dovrà quindi far un po' di pressione sul mondo per guadagnarsi la stima e la simpatia che il vecchio Superman si guadagnava già dalla prima inquadratura. Un eroe alla Amazing Spiderman, che dovrà prendere coscienza e familiarità dei suoi poteri e affrontare gli aspetti psicologici della sua diversità.

Gli effetti speciali poi sono molto più mastodontici e colossali, affrontare infatti colossi del genere, praticamente indistruttibili, deve dare una qualche risposta all’antico paradosso sulle masse indistruttibili che si scontrano e per farlo non può limitarsi a qualche camper rovesciato o qualche vetro rotto, ma deve comportare un notevole dispendio di risorse materiali e umane. della serie “non si può fare una frittata senza rompere qualche uova”. Una colonna sonora epica e, nel contesto, una confezione estremamente spettacolare, quasi da cartone animato.

Non ci si aspetti dunque il solito Superman, non sarebbe stato intelligente riproporci un reboot pedissequo, ma come si è già fatto con notevole successo con il cavaliere oscuro, si prova a dare una visione diversa della storia, un’interpretazione che anche qui viene anticipata dalla scelta di cambiare il titolo. Un’interpretazione del mito che espone in maniera più esplicita il suo riferimento a Cristo, adottato dagli uomini per salvare il mondo ma che dovrà vincere la diffidenza di colui che dovrà salvare, non con la forza ma con la fiducia.

Per fare questo si è voluto poi ricorrere ad un cast d’eccezione che comprende le partecipazioni di Kevin Costner e Russel Crowe, nel ruolo dei due padri del superuomo.
Non a livello del capolavoro di Nolan su Batman, dunque, ma comunque un film ben fatto

voto 7,5

sabato 15 giugno 2013

AFTER EARTH - M. Night Shyamalan

La paura non esiste, La paura non esiste, la paura non esiste...la paura esiste!"

No, non si tratta della recensione de "L'esorciccio" ma del nuovo film di “Sciamallà” "After Earth".
Il regista indiano oramai definibile come eterna promessa dopo gli exploit con "Il senso senso" e "The Unbreakable" si è ficcato (a parte l'interessante e poco capito The Village) in un vero e proprio vicolo cieco: il particolare ma irrisolto "Lady in the water", il noioso e malriuscito "E venne il giorno", il disastroso "L'ultimo dominatore dell'aria" (che non ho avuto il coraggio di vedere).

In questo caso si limita a dirigere (quindi abbiamo scansato il solito finale a sorpresa ultimamente sempre più inutile) Willy Smith e suo figlio in un film praticamente recitato solo da questi ultimi due.

domenica 9 giugno 2013

Sirens Blood Curse–Sony

Tempo fa su questo stesso blog pubblicammo la recensione di un titolo per ps2, Forbidden Siren, titolo molto amato da un certo tipo di videogiocatori e odiato da molti altri (io lo trovai a tratti detestabile e lo inserii in una particolare classifica dei videogiochi che più avevo odiato in assoluto).
Forbidden siren era un survival horror/stealth estremamente difficile, impegnativo, che metteva a dura prova i nervi, pieno di punti in cui andava calcolato al millimetro ogni movimento, dove bisognava studiare attentamente i movimenti del nemico, a volte stare ad osservarlo per molto tempo prima di muoversi perché una volta scelta questa opzione il rischio di essere scoperto significava rifare tutto da capo.
Se ci mettiamo che non adoro gli stealth, che la grafica (anche per una ps2) era abbastanza penosa, che i dialoghi in italiano sembravano usciti da un film di Fulci o di D'Amato, che la storia era molto interessante ma raccontata in uno stile "particolare" e assolutamente non canonico (con sbalzi temporali tra un capitolo e l'altro), che il sight-jacking (la possibilità di vedere con gli occhi dei nemici, ma senza la possibilità di capire dove erano, bisognava andare ad intuito) era un'idea interessante ma mi aveva innervosito non poco...
Tempo dopo fu pubblicato su ps3 il remake di quel capitolo, Siren Blood curse, titolo snobbato dai fan della saga, perché ritenuto "troppo facile" (la mania del gioco difficilissimo=bellissimo non l'ho mai capita, a me piacciono i giochi mediamente difficili ma non quelli frustranti e punitivi e Forbidden Siren lo era). Ma davvero è così, davvero il solo fatto che sia più facile di un gioco difficilissimo basta a definirlo come un capitolo minore della saga? Vediamo le principali differenza tra i due titoli
1) La difficoltà.
Il tasto dolente. Siren è più facile di Forbidden Siren, indubbiamente, ma questo è un male? E' vero che abbiamo in questo caso anche delle armi e dei mezzi per "ammazzare" (si fa per dire, non muoiono mai e rinvengono dopo un po') ma i nemici saranno comunque molto ostici nei tratti avanzati dell'avventura, negli ultimi capitoli i checkpoint scarseggeranno, sarà sempre più difficile capire cose fare e come raggiungere determinati punti, come superare silenziosamente i nemici, spesso questi saranno armati di fucile e noi di una semplice mazza.
Insomma magari per chi è riuscito nell'impresa di finire il primo capitolo della saga questo titolo sarà una sciocchezzuola (io non ci riuscii, ad un certo punto abbandonai), ma per chi non lo ha giocato sarà comuqnue un titolo godibile e abbastanza impegnativo: al confronto un Dead Space, per dire, si gioca da solo.
2) Il sight-jacking.
La sua importanza diminuisce, quasi sempre se ne può fare a meno e quando lo si usa è molto più utile: potremo vedere in split screen sia il nostro personaggio che il nemico e quindi renderci conto di dove più o meno si trova. Ciò porta indubbiamente una diminuzione della difficoltà ma anche a molti mal di testa di meno (vedere con il sight-jacking in Forbidden siren era una tortura).
3) il doppiaggio.
Per foruna l'italiano è stato fatto fuori per un inglese sottotitolato molto più gradevole
4) La grafica.
Non che sia una cosa importantissima in un gioco, ma la grafica di Forbidden Siren faceva pena. Questa di Blood curse è funzionale: non certo meravigliosa, il solito effetto granuloso alla Silent hill, ambientazioni molto buie per mascherare le pecche, ma non ci si può lamentare, su ps3 ho visto di peggio.
5) La storia.
Simile, ma non del tutto, è raccontata qui in maniera sequenziale (che schifo, gnè gnè), si ma anche così sfido a capirci qualcosa senza leggere tutti gli archivi (e trovarli tutti sarà estremamente arduo) e anche con l'ausilio di questi resteranno molti punti oscuri. La trama è raccontata in modo canonico ma è allo stesso modo appassionante e complicata, tanto che alcune cose riusciranno a sorprendere anche un videogiocatore cresciuto a pane e Silent Hill.
Il tutto poi è diviso in 12 capitoli (non comodissimi da scaricare e installare) con tanto di "nelle puntate precedenti" e di "nella prossima puntata" come un telefilm.
Insomma per quanto mi riguarda questo Siren blood curse è superiore all'originale (si, sono una brutta persona) in quasi tutto, magari lo si poteva rendere leggermente più ostico negli enigmi, i personaggi a tratti sono ingestibili, ci sono le classiche parti (rompipalle) in cui devi stare attento ad un personaggio non giocante (parti che odio in un videogame), ma fa il suo dovere.
Siren Blood Curse mette tensione, come i bei giochi di una volta (i primi Resident evil o i primi Silent Hill), ansia, a tratti risulta disturbante, ha una trama davvero interessante, insomma pur avendo parecchie pecche è forse l'unico vero survival horror vecchia maniera di questa generazione.
Peccato che lo abbiano giocato in pochi.
Voto 8--

venerdì 7 giugno 2013

UNA NOTTE DA LEONI 3 (The Hangover 3) - Todd Phillips

Ci sono saghe più o meno importanti, più o meno riuscite, più o meno divertenti. Di solito quando si sceglie di fare un sequel il motivo principale è il profitto più che la voglia di esplorare a fondo l'universo creato con il primo film, soprattutto se si tratta del genere commedia.

Una notte da leoni riscosse a sorpresa un enorme successo qualche anno fa, ciò non solo è imputabile al fatto che uscì in sordina e in un periodo di magra, ma anche all'ottima scelta del cast (un trio vario e ben affiatato) e a qualche idea che lo rendeva diverso dal solito filmetto comico.

L'idea maggiormente azzeccata fu quella di un addio al celibato nel quale i protagonisti si sballano (principalmente a loro insaputa) e poi il giorno dopo, del tutto ignari di quanto fatto la notte precedente si ritrovano in situazioni assurde in cerca di un modo per rimediare e ricordare.

Lo spunto quindi, per quanto non originalissimo o esaltante, era un ottimo modo per permettere al film di trasformarsi in una specie di caccia al tesoro esagerata e folle.

Il sequel si rivelò un film abbastanza divertente, ma probabilmente lo era perché si limitava a riprendere in toto la trama e le situazioni del primo e ripeterle pedissequamente con qualche limatura qua e là.

Una notte da leoni 3 sceglie coraggiosamente di chiudere la saga in modo totalmente diverso. Sia lo spunto di partenza (Nessun dopo sbornia) che l'intreccio sono molto differenti da quelli precedenti: qui non si va alla ricerca della memoria perduta ma si viaggia attraverso l'America in compagnia di un personaggio sopra le righe che mette nei pasticci gli altri. Un classico road movie insomma, alla Parto col Folle, dove l'ilarità scaturisce dalle battute (non sempre azzeccate) più che dalle situazioni.

Se nei film precedenti i 3 protagonisti erano tutti sullo stesso piano, qui tutto è incentrato su Alan e sulle doti comiche del sempre bravo Zack Galifianakis, laddove soltanto Ken Jeon riesce a tenergli testa, gli altri appaiono in secondo piano, messi in disparte.

Ecco che quindi soltanto la scena dopo i titoli di coda torna ad avere l'essenza di quelli che erano i film precedenti: incredulità, follia e confusione e a conti fatti vale tutto il film.

Un film a tratti divertente ma molto più "ordinario" e "classico". Forse si poteva chiudere la saga in modo diverso.

Voto 6-

sabato 1 giugno 2013

SOLO DIO PERDONA (Only God Forgives) - di Nicolas Winding Refn

Dopo l'exploit di Drive, Nicolas Winding Refn e Ryan Gosling tornano a lavorare assieme e le premesse per il capolavoro ci sono tutte: regista dotato e protagonista carismatico, atmosfere oscure, violenza (a tratti splatter), ambientazioni curate e particolari, musiche perfette. Invece non tutto purtroppo fila per il verso giusto. Pur dimenticandosi di Drive ed evitando qualsiasi paragone, Solo Dio perdona è sostanzialmente come una bella confezione vuota.

Se le musiche e l'atmosfera generale sono perfette, lo stesso non si può dire del resto.

La trama è appena abbozzata, il che non sarebbe del tutto un male se i personaggi avessero una caratterizzazione eccellente o se i dialoghi avessero qualcosa di memorabile (azzeccata l'idea di ridurli al minimo, ma quando sono presenti sono piuttosto banali e poco memorabili), purtroppo non è così.

venerdì 24 maggio 2013

FAST AND FURIOUS 6 - Justin Lin

Volevamo stupirvi con effetti speciali invece… abbiamo addirittura sovvertito le regole della fisica. Potrebbero essere queste le parole di presentazione del film, parafrasando uno slogan anni ‘80. Abbandonato definitivamente il genere strettamente Corse-Tuning, la saga diviene un action-macchina-da-soldi ben organizzato, con tanto di marketing all’americana, farcito di esposizioni d’auto nelle multisale e raduni di appassionati. Poco sembra importare dunque, se si perdono quei pochi puristi della prima ora, quelli che “non è più quello di prima!”, perché mentre loro restano a casa le masse affollano la biglietteria, manco fosse l’uscita di un film epocale manco fosse Avatar (indipendentemente dall’effettiva qualità di Avatar).

domenica 19 maggio 2013

Serie A 38> Sampdoria vs Juventus 3-2 - Corso Agevolato In "Bestia Nera"

Basta la squadra giusta al momento giusto e porti a casa l'intero bottino, l'unica che può vantarsi di non aver perso contro di noi quest'anno dopo il Bayern, il che "secondo certi parametri" dovrebbe fargli disputare la finale di Champions? Il calcio invece è la scienza delle casualitá. Quella che ti mette di fronte la stessa squadra nei periodi di maggiore rilassatezza per regalargli una passerella inaspettata e a tratti immeritata.

All'andata fu' il panettone a fermarci, appesantiti mentalmente dalla lunga sosta natalizia. Al ritorno lo spumante, e il pensiero delle vacanze. Poiché se, come qualcuno ha detto, è stata anche partita vera, certi errori non li fai se sei ancora in gioco e concentrato. Se poi parafrasando un detto: "inciampa che il diavolo ti calpesta" ...patatrac! Come era successo col Cagliari infatti la sfiga ci ha messo lo zampino e dove lei non ha potuto ci ha pensato Gervasoni. Per essere una partita inutile è stato un bel arbitraggio di merda. Due rigori negati a noi e uno inventato dato a loro hanno finito per fare la differenza in un match fatto per il pareggio. Un pareggio che ci sarebbe andato anche stretto.

Quali sono dunque le nostre colpe dunque, oltre gli errori difensivi e di Storari? Sempre gli stessi, scarsa cattiveria offensiva. Non è un caso che nessun attaccante sia in doppia cifra, e qui non c'entra il gioco di Conte, che porta in gol tutti, se davanti al portiere ti mangi gol fatti o gliela tiri in bocca e sempre centrale.

Ora che anche Marotta sembra essersene convinto staremo a vedere quali saranno le sue mosse sul mercato. Intanto giá ha iniziato a parlar troppo sull'affare Tevez e questo non è che sia un buon inizio. Esporsi troppo ti brucia, ma quest'anno c'è Conte che si è imposto come garante e questo, dall'altro lato, ci deve far ben sperare. Ora che un'altro campionato è finito e un altro scudetto è in bacheca, possiamo finalmente... lasciarci andare all'agonia del calciomercato.